Quei capolavori in bianco e nero di Camera Work

Trentasei. Questo era il numero degli abbonati alla rivista newyorkese Camera Work nel 1917. Era appena passata la Prima Guerra Mondiale e, quando chiuse, la crisi economica e i problemi sociali generati dal conflitto avevano ridotto l'interesse e i finanziamenti. Nata nel 1903 da un'idea di Alfred Stieglitz, che intendeva creare uno strumento di promozione e riscatto per la fotografia artistica, Camera Work era un quadrimestrale che riuscì a favorire l'affrancamento di pittura e disegno dalla necessità di descrivere la realtà. Iniziative come questa contribuirono a spingere gli artisti verso le correnti moderniste. Al principio tirava mille copie e gli abbonati erano circa settecento, sparsi tra Europa e America. Di quell'avventura straordinaria sospesa tra idealismo e verità, intrapresa senza grandi margini di profitto, ma che lasciò un segno ancora oggi tangibile nella nostra storia, si racconta in una mostra notevole, aperta a Palazzo della Ragione fino al 13 settembre. Progettata a distanza da Pamela Roberts, la celebre curatrice della Royal Photographic Society di Bath, Gran Bretagna, consente di osservare da vicino gli stili delle singole personalità invitate a pubblicare i loro capolavori sulla rivista e mette in evidenza i contenuti iconografici come quelli grafici, non meno rilevanti.
Sono esposti per la prima volta i cinquanta fascicoli originali provenienti da una collezione privata recuperata in Svizzera e conservata nelle raccolte museali dei Fratelli Alinari di Firenze. Si tratta di una delle rare raccolte compete al mondo. Ogni fascicolo, che nell'arioso allestimento viene racchiuso in una teca in vetro e aperto su un'immagine emblematica, conteneva tavole fotografiche riprodotte per la maggior parte con la tecnica della photogravure (un complesso, innovativo procedimento per stampare a intaglio mediante una lastra di rame incisa con la tecnica dell'acquaforte, che riproduce l'immagine con un vero e proprio continuum di tonalità, stravolgendo le aspettative di quei tempi). Una sala proiezioni è adibita alla visione in sequenza di tutte le immagini. Si trattava di opere realizzate da maestri dell'arte di scrivere con la luce come Steichen, Demachy, Coburn, Cameron, Langdon o Eugene Frank, ma anche disegni di grandi pittori come Rodin, Picasso e Matisse, in una sorta di dialogo tra tutte le arti figurative a far da ponte tra Europa e Stati Uniti, per donare una diversa dignità a questo nuovo linguaggio espressivo. Confrontata con tutte le riviste pubblicate tra fine Ottocento e primi del Novecento, Camera Work si distinse per i contenuti trattati e per la raffinata cura editoriale, e divenne da subito uno spazio attivo per dibattiti e sperimentazioni delle avanguardie figurative dei due continenti. Fu la culla di tutti coloro che avevano qualcosa di nuovo da raccontare, che vedevano la fotografia come una passione e come professione.
Le sue 544 tavole illustrate, che Stieglitz invitava con ragione a staccare dal giornale e appendere ai muri di casa perché, diceva, «la fotografia ne sarebbe uscita non ultima», consentono ancora oggi di cogliere i fermenti culturali dell'epoca, gli stessi che segnarono il difficile passaggio dai valori tradizionali ottocenteschi all'esplorazione di nuove forme espressive e ideologiche tipiche della cultura del secolo successivo. Vennero i disastri della guerra a scombinare i programmi di quel manipolo di pionieri. Era diventato difficile perfino reperire la carta speciale che arrivava da Berlino e con la quale veniva effettuata la stampa. Gli ultimi due numeri vedevano Paul Strand protagonista. Con lui la fotografia era diventata maggiorenne, e si era trasformata in un prodotto americano. La strada era tracciata. Trentasei abbonati irriducibili erano rimasti fedeli a questo mito editoriale. Sarebbe stato interessante poterli conoscere uno per uno.
Catalogo Alinari. Per informazioni: tel. 055-2395252.

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