Quel vizio di far fuori i capi e poi rimpiangerli

ONORE AL PCI Dario riconosce i meriti del traghettatore che ironizza: «C’è voluto un ex dc...»

Quel vizio di far fuori i capi e poi rimpiangerli

RomaContrordine, amici. Aridatece er Puzzone: uno qualunque, anche di seconda mano, anche non di primo pelo, anche se non era proprio dei «nostri». Inutile coltivare illusioni: si stava meglio quando si stava peggio. Meglio Veltroni di Franceschini, Prodi di Veltroni, D’Alema di Prodi, e ancora Prodi di D’Alema. Così via via risalendo: Occhetto una spanna sopra questi, Natta meglio di Occhetto, Berlinguer e Craxi su tutti (a seconda dei gusti) e quindi persino Togliatti, il Migliore. Di nome, se non di fatto.
Un tempo certa sinistra non osava criticare i suoi capi in vita, al culmine del potere: lo faceva, semmai, subito dopo averne accertato il regolare (non sempre naturale) decesso. Così fu per Stalin, così per Kruscev e Breznev, per Mao Tse Dong e Pol Pot. Nel nostro piccolo, questo accadde a Palmiro Togliatti, sia pure tra mille prudenze e titubanze (segnale evidente che i togliattiani marciano ancora vivi e vegeti attorno a noi). Da Tangentopoli in poi - vuoi perché la vigliaccheria cerca sempre nuove strade, vuoi perché i leader erano già flebili di loro - ecco che la sinistra ha preso a contestare i propri capi ancora in carne e ossa: non proprio al culmine del potere, d’accordo, ma tarlando loro le poltrone giorno per giorno, fino all’immancabile tonfo. Salvo accorgersi, attimi dopo, mercè il confronto con il successore, di aver combinato un pessimo affare.
Di questo tipo di riabilitazione - parola che pure ha assunto un ruolo sinistro, nella storia della sinistra - esempio lampante fu il caso di Craxi: ostaggiato fino alla morte dagli scatenati comunisti-pidiessini-diessini, beatificato da Fassino e Veltroni, vista la mancanza di riferimenti saldi. Eppure il precongresso del Pd sta offrendo, nel campo, spunti originali e paradossali. Prendiamo il campione dei democrat, due volte premier, Romano Prodi, gettato in un angolo e oltraggiato dal giovane succhiaruote, Walter Veltroni, per tutta la scorsa campagna elettorale. Complice gli scadenti risultati della sua Unione, inviato all’estero con l’invito di farsi rivedere il più tardi possibile, il Professore è risalito nel rimpianto in modo lento e costante. A sorpresa è stato poi Pierluigi Bersani, già uomo d’apparato ds, a dire chiaro e tondo che bisognava tornare alla visione ulivista: riabilitazione che gli è valsa l’appoggio dei prodiani non pentiti, tipo Enrico Letta e Rosy Bindi, e la speranza che si riprenda il filo a sinistra che lo stesso Prodi ora raccomanda a tutti i riformisti del mondo.
Cosa poteva inventarsi Dario Franceschini, animale politico con quattro quarti di pedigrée democristiano, se non ripescando Achille Occhetto, il più inviso agli ex diesse? Il povero Akel, dopo la Bolognina, e (naturalmente) dopo la sconfitta contro Berlusconi nel ’94, è stato oggetto di una delle più terribili rimozioni compiute dai comunisti dai tempi di Trotzskij: «sbianchettato» persino dalle fotografie dei congressi, messo ai margini della comunità di sinistra, evitato come la peste quasi fosse un menagramo. Eccoci così giunti oggi a sentir Franceschini parlare del «ruolo che gli spetta nella storia del Paese e nella nostra storia collettiva», perché «noi siamo qui anche grazie alla scelta intelligente, lungimirante e coraggiosa di Occhetto, senza la quale non ci sarebbe stato l’Ulivo, né il Pd».
Si può immaginare con quale gioia, e con quante lagrime, il vecchio Achille abbia accolto l’inattesa riabilitazione. «La storia della libertà ha le sue coerenze e le sue giuste repliche - ha ringraziato -... Ci voleva un ex dc». Occhetto conosce bene i polli del suo ex pollaio. Difatti gli ex ds hanno taciuto, e Bersani ha immediatamente rimesso Akel in salamoia: «C’ero in quel passaggio, allora l’ho pure elogiato: fu cruciale, determinante, però appartiene a una storia che è oltrepassata. Guardiamo avanti, diamoci una storia e delle radici più lontane...». Beffe e paradossi che fanno riaffiorare alla mente la frettolosa riabilitazione del maresciallo Tito avanzata da Kruscev, con Togliatti che gelido faceva sapere ai russi: «Appoggeremo la vostra riconciliazione ma restando a debita distanza». O la celebre invettiva dell’intellettuale comunista Concetto Marchesi, a proposito di Stalin e dello stesso Kruscev. Che oggi nel Pd suonerebbe: «Tiberio, uno dei più grandi e infamati imperatori di Roma, trovò il suo implacabile accusatore in Cornelio Tacito. A Occhetto, meno fortunato, è toccato Dario Franceschini».