Gianfelice Facchetti, attore, autore e regista, la vita trascorsa fra Cassano d'Adda fino ai 22 anni - e Milano comprende quella che lui chiama "militanza a San Siro" accanto al papà Giacinto, famoso calciatore dell'Inter negli anni '60 e '70.
Quando sente pronunciare la parola Milano a cosa pensa?
"Ai posti che amo. È una città vivace che offre molto a chi ha voglia di nutrirsi di esperienze al di là della vetrina luccicante. L'offerta culturale è continua e anche accessibile. Poi c'è un mondo attento alle differenze, Milano ha attirato capitali che hanno portato ricchezza ma hanno accentuato le diseguaglianze e molte realtà si stanno dando da fare per chi vive ai margini".
Però..?
"Ci sono fenomeni che considero preoccupanti (che non sono solo milanesi ma qui sono più evidenti), usando la lente di ingrandimento del calcio li vedi subito: a Parigi ogni festa o manifestazione si trasforma in un disordine sociale, il grande evento offre il pretesto per devastare la città e saccheggiarla. L'occasione è spesso data dallo sport, talvolta l'intenzione iniziale appare condivisibile ma poi si trasforma tutto in violenza, ed è indice di un malcontento profondo e diffuso".
L'immigrazione influisce su questo?
"Sicuramente è un fenomeno legato anche a certe etnie. Non sto prendendo posizione contro l'accoglienza, ma non ci si può più permettere di allargare la società a persone che hanno altre culture e abitudini senza avere una consapevolezza di chi siamo noi. Il tema dell'integrazione, che riguarda ogni metropoli, deve passare dalla conoscenza del luogo in cui si arriva. Gli italiani hanno fatto sforzi per comprendere le storie di chi ha cercato riparo qui, ora bisogna pretendere conoscenza reciproca. Se si vuol vivere in Canton Ticino si deve dimostrare di aver appreso le regole del vivere civile di quel territorio. Credo che l'integrazione sia un valore ma non è possibile perpetrarla all'infinito senza una consapevolezza di partenza. Da questa incompiutezza deriva la percezione di insicurezza dei residenti".
Si sente insicuro?
"Io no. Ma mi accorgo sia del degrado che dell'aggressività fuori controllo. E non posso non tener conto che piazza Leonardo Da Vinci, dove si ritrovano i miei figli con i loro amici il sabato sera, è presa di mira dai nuovi pirati armati di 15-16 anni. E non posso non considerare che oggi ragazzini di quell'età hanno come unico generatore simbolico lo status dei vestiti, del cellulare o del denaro, che si impossessano della roba d'altri senza neppure una necessità materiale ma solo perchè quell'oggetto o quel simbolo hanno un valore assoluto che li porta a esibire il coltello e a usarlo. La violenza non è mai giustificata ma questa è sganciata da qualsiasi logica, è violenza finalizzata al predare l'altro. Cerco di sentirmi sicuro e di non alimentare quel tipo di fantasma ma da genitore non posso non tenerne conto".
Che spiegazioni si è dato?
"Probabile che vi siano tante stratificazioni, anche culturali, che hanno portato a questo. Sono molto diffidente nei confronti della narrazione della violenza che passa dalle serie televisive da Gomorra in poi. Con la scusa di mostrare il degrado stiamo facendo vedere ai ragazzi la distruzione di ogni progettualità rivestendola di una patina graziosa. Nella serie Mare Fuori si sono visti i vestiti dei ragazzi, ben studiati, le camicie hawaiane, i tatuaggi, gli orecchini, i trucchi, il carcere presentato come un reality dove si parla solo di chi fa il male e mai di chi lo subisce. Ci siamo assuefatti a una narrazione del mondo tossica. Ho lavorato in carcere e quei racconti non rispecchiano la realtà. Seguendo la stessa cultura si parla di Milano come di un contenitore da usare e gettare, del milanese come uno che va solo dietro ai soldi quando invece c'è soprattutto un'altra città silenziosa, che si dà da fare e che aiuta".
Quale la prima cosa che cambierebbe da sindaco?
"Alla sera chiuderei le aree gioco. La notte diventano luoghi di sporcizia dove succede qualsiasi cosa, se vogliamo pensare al futuro dobbiamo riconoscere ai più piccoli il diritto di esistere e avere il coraggio di costruire luoghi solo per loro".
Cosa lascerebbe intatto?
"L'istruzione funziona molto bene. Ho studiato e mi sono laureato qui, i miei figli fanno il liceo al Moreschi e al Virgilio, sono contenti ed io sento che sono in buone mani. Condivido con altre persone l'attenzione all'ambiente, puliamo il quartiere, aiuto i volontari che si occupano della tutela dei rondoni, che arrivano dall'Africa e nidificano in vari posti".
Che sindaco sarebbe?
"Farei in modo che i cittadini si sentissero responsabili della bellezza, bisogna far ognuno la propria parte, prendersi noi cura delle cose di tutti, rimboccarsi le maniche. Nel calcio ammiriamo i giapponesi che a fine partita puliscono gli spalti, perché non li imitiamo? Farei la comunicazione su questo: ciò che è ordinato e pulito innesca comportamenti sociali rispettosi. Insomma, far emergere la forza positiva che c'è e fare in modo che diventi contagiosa. E poi adotterei strategie per animare le strade, farei un appello ai residenti: non lasciamo che certi posti diventino lande desolate nelle mani dei malintenzionati: abitiamo le strade quando abbiamo tempo libero invece di rintanarci nei locali".
Come si sposta?
"Da due anni mi muovo col motorino elettrico, lo uso al posto dell'automobile e guadagno molto più tempo. Assieme ai mezzi che ho sempre utilizzato".
Una richiesta a Beppe Sala.
"Quando la politica ha il sostegno degli imprenditori e della finanza riesce a smuovere le montagne.
Vorrei che lo stesso atteggiamento, di quando c'è un interesse forte e si arriva al bersaglio in fretta, fosse applicato anche alle richieste delle piazze. L'impulso all'innovazione e la corsa al cambiamento vanno bene, senza lasciare indietro però. E poi vorrei una città più verde e con meno cemento".
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