Leggo che finalmente Milano sta abbandonando il pavé. Gloria a Dio nell’alto dei cieli. Il sindaco o l’assessore forse leggono questa nostra rubrica, visto che dai tempi in cui guidavamo lo scooter per le strade meneghine non facevamo altro che chiedere di sostituire quelle benedette e pericolosissime pietre con qualcosa di più moderno. Ce l’abbiamo fatta.
Leggo su Repubblica il pezzo sulla protesta dei Giovani Democratici (Pd), tutti in tenda in piazza Bologna per protestare contro il caro affitti: “Carmelo Petarra, studente fuorisede di 23 anni che vive poco lontano dal presidio”. Ora: piazza Bologna a Roma non è esattamente in periferia. Allora sono andato a cercare un po’ di annunci e ne ho trovati in periferia, dove sei costretto a prendere i mezzi, a 400 euro. Certo: devi aggiungerci un po’ di abbonamento ai mezzi (peraltro scontato per gli studenti a circa 12 euro al mese) e magari qualche ora di studio in biblioteca se vuoi più spazio, ma insomma: qualcosina in meno si può trovare se decidi di abitare un po’ fuori mano. No?
Leggo sempre su Repubblica: “L’Udu fa i conti: «Servono 1,7 miliardi per le borse di studio, un piano pluriennale da 4 miliardi per alloggi interamente pubblici, 2 miliardi per la progressiva abolizione delle tasse universitarie e 1.5 miliardi per trasporti gratuiti e mense calmierate»”. E magari anche una fettina di culo dall’osso? Voglio dire: il “diritto allo studio” non è un pasto gratis, signori. Se il Paese cresce poco, ci sono poche risorse aggiuntive per il welfare (sì: l’università quasi gratis per tutti è welfare). Non possiamo pensare che sia tutto dovuto a qualsiasi condizione. Propongo una soluzione: università a costo ridotto in base all’Isee solo per chi si mantiene in corso e ottiene una media abbastanza elevata. Vedrete quanti di questi in tenda smetteranno presto di studiare…
E non mi venite a dire: “Ma i miliardi per le armi li trovano”. Perché poi, il giorno in cui ci troviamo sotto minaccia o attaccati, e nella vita tutto può accadere, non lamentatevi se “il governo” non può difendervi.
E voi direte: “Eh ma tanto c’è la Nato”. Sì, signori. Ma non è che possiamo chiedere ai contribuenti americani, tedeschi o francesi di spendere le loro tasse per difendere anche noi mentre in Italia ci godiamo il reddito di cittadinanza.
A me fa impazzire quando leggo gli articoli sulla prossima manovra finanziaria. Tutti scrivono: Meloni vuole estendere l’aliquota al 33% fino a 60mila euro, ma la misura “costa 2,6 miliardi”. Costa? Scusate: ma ridurre le tasse non è un “costo”, cioè non è che lo Stato deve “spendere” risorse da dare ai contribuenti. In realtà vede ridursi le entrate. Quindi? Quindi a casa mia, se incassi di meno, devi trovare un modo per spendere di meno. È questo il dramma della finanza italiana. Consideriamo le minori entrate come uscite, trasformando così lo Stato nel buon samaritano che regala ai contribuenti 2,6 miliardi. Col cavolo. Siamo noi che li versiamo alla fiscalità generale e, se questa non li vuole più, come si spera, vuol dire che vivaddio ha trovato un modo per risparmiare sul fiume di inutili spese che ogni anno scorrono come un fiume carsico.
Oh, sulla casa l’unica cosa intelligente sarebbe quella di fare una cedolare secca al 5% per gli affitti lunghi. Cioè: non alzo quella che già c’è per gli affitti brevi, ma abbasso la tassazione per le tipologie di immobili che intendo spingere a mettere sul mercato.
Lo scontro tra il consulente della famiglia Poggi e Giletti lo vorrei in loop. “Sono deficiente io?”, “Sì, lo è”. Adoro.
Leggo un post di qualche giorno fa di Ilaria Salis: “La casa è un diritto, non una merce”. Quindi chiudiamo i panettieri e pagnotte gratis per tutti, visto che pure il pane “è un diritto e non una merce”. Paga lei?
Vedo l’aula vuota mentre Giorgetti presenta i dati per lo scostamento di bilancio e perdo la pazienza. Non per populismo. Non perché “i parlamentari vogliono la settimana corta”. Non perché “non hanno manco voglia di svegliarsi presto”. No. Il punto qui è un altro. Il punto qui è che a destra come a sinistra, quando i governi legiferano per decreto legge, quando cercano di amministrare aggirando le lungaggini del Parlamento, tutti son lì a urlare scandalizzati alla lesione della democrazia. Alla morte della rappresentanza. Alla democratura che si mangia gli spazi di dibattito. Poi, quando un ministro viene in aula per illustrare un provvedimento di importanza abnorme, trattandosi dei soldi dei contribuenti, questi se ne stanno a casa o in ufficio a fare altro. Poi non lamentatevi se domani Meloni vara un decreto legge senza attendere le vostre commissioni, sottocommissioni, dichiarazioni di voto, emendamenti e mozioni.
