Dieci anni dopo il terremoto, Sergio Mattarella è tornato ad Amatrice. Questa volta per aprire simbolicamente il nuovo anno scolastico, nell’Istituto omnicomprensivo “Sergio Marchionne” di San Cipriano, costruito dopo che il sisma del 2016 aveva distrutto lo storico plesso Romolo Capranica. Una scelta non casuale, nel decennale della tragedia che colpì il Centro Italia e provocò 299 vittime. Con il capo dello Stato c’era anche il ministro dell’Istruzione Giuseppe Valditara. Prima della cerimonia Mattarella aveva reso omaggio alle vittime, deponendo una corona d’alloro davanti alla stele che le ricorda e incontrando anche alcuni dei soccorritori intervenuti dopo il terremoto. Poi l’ingresso a scuola e il confronto con gli studenti, diventato presto un dialogo tra ricordi personali e domande sul futuro. A cominciare dall’intelligenza artificiale, che per il presidente può essere uno strumento, anche importante, ma non potrà prendere il posto di chi sta in cattedra. “Non ci potrà mai essere una macchina, per quanto intelligente, al posto di un insegnante”, ha spiegato. E per chiarire il concetto ha scelto una situazione quotidiana: un ragazzo interrompe la lezione per fare una domanda e il professore capisce subito se dietro quella richiesta ci sia il desiderio di approfondire oppure soltanto la voglia di perdere tempo. Una macchina quella differenza non riesce a coglierla. Il tema non era nuovo nelle riflessioni del capo dello Stato, già lo scorso anno aveva messo in guardia gli studenti dalla tentazione di utilizzare l’IA come una scorciatoia per evitare lo studio e il ragionamento, pur riconoscendone le grandi possibilità quando rimane uno strumento al servizio dell’uomo. Ma tra una domanda sulla tecnologia e una sul futuro, il presidente è tornato anche alla scuola di una volta. E a una pratica che oggi si è quasi persa, imparare le poesie a memoria. Da ragazzo non ne comprendeva sempre l’utilità. Tempo dopo quelle composizioni continua a ricordarle e a ripeterle. Parte il viaggio nella memoria: ciò che si impara resta, e soprattutto rende più liberi. “La cultura rende liberi”. Ha raccontato anche qualcosa di sé, la storia era la materia che preferiva, mentre sulla grafia il giudizio è stato decisamente meno indulgente, la sua, ha ammesso, era “brutta”. Poi ha provato a ribaltare una delle paure più diffuse tra i giovani, quella di un futuro che cambia troppo velocemente. Alla sua età, ha ricordato, non esisteva Internet e la televisione era ancora in bianco e nero. Proprio per questo ogni generazione deve imparare ad affrontare ciò che viene dopo senza guardare continuamente indietro. A margine dell’evento, presente anche John Elkann, presidente Fondazione Agnelli e presidente Ferrari, che ha dichiarato: “La famiglia Agnelli ha un impegno molto profondo per le scuole. In 30 anni abbiamo costruito o ricostruito 30 scuole in tutta Italia, una all’anno, considerando quanto abbiamo fatto noi direttamente, attraverso le nostre fondazioni e le nostre società, e anche grazie al contributo di tante persone”. “Abbiamo annunciato che per la scuola dell’infanzia ci sarà un’aula immersiva e poi un’ iniziativa chiamata Scintillab per le elementari, con una serie di moduli che permettono di stimolare l’interesse per le materie scientifiche, discipline belle e utili per quando questi ragazzi e ragazze si apriranno al mondo del lavoro”.
Il momento più leggero è arrivato con una bambina delle elementari, dopo qualche esitazione, la studentessa ha chiesto se si potesse tornare a pronunciare il “sì” alla fine dell’Inno nazionale. Mattarella ha sorriso e le ha risposto che i ragazzi potevano fare come volevano. Poi la correzione, quasi immediata, purché, naturalmente, si segua quello che dicono gli insegnanti. Dietro la giornata di festa è rimasto anche il significato della scelta di Amatrice, nel cratere del Centro Italia sono previsti circa 450 interventi di ricostruzione e messa in sicurezza degli edifici scolastici, per un valore complessivo di circa 1,6 miliardi di euro e 138 Comuni coinvolti. Infine il tema dell’integrazione in cui la scuola “deve stabilire legami, conquistare la fiducia delle famiglie, aiutare a non formare ghetti, a non alzare barriere, a rendere più sicure le nostre comunità, a unire e a non lacerare, superando i muri della diffidenza e dell’incomunicabilità. La scuola è chiamata a produrre coesione sociale”. Ed esorta i genitori a non tradire il compito educativo.
Per tale motivo, proprio da uno dei luoghi più segnati, lo Stato ha scelto di parlare soprattutto di ciò che viene dopo, una scuola che cambia, l’intelligenza artificiale che entra nelle aule, ma anche insegnanti, libri e persino quelle poesie imparate a memoria che, a distanza di una vita, continuano a tornare in mente.
