Le dipendenze giovanili stanno attraversando una profonda trasformazione. Accanto alle forme tradizionali legate all’abuso di alcol, cannabis, cocaina e nuove sostanze psicoattive, si osserva una crescita delle dipendenze comportamentali, nelle quali il comportamento stesso diventa il veicolo di una ricerca compulsiva di gratificazione. Smartphone, social network, videogiochi e, più recentemente, strumenti di intelligenza artificiale generativa possono trasformarsi, nei soggetti più vulnerabili, in elementi capaci di interferire con il funzionamento psicologico, relazionale e scolastico.
A descrivere questa nuova frontiera del disagio adolescenziale è il professor Gabriele Sani, direttore dell’Unità Operativa Complessa di Psichiatria Clinica e d’Urgenza e responsabile del CEPID, il Centro Psichiatrico Integrato di Ricerca, Prevenzione e Cura delle Dipendenze del Policlinico Gemelli di Roma.
«Le dipendenze non si fermano più soltanto alle sostanze stupefacenti classiche, purtroppo ancora drammaticamente diffuse, ma si stanno evolvendo in gravi disfunzioni comportamentali e digitali – spiega Sani –. Il rischio maggiore è rappresentato dalla loro natura invisibile: molte di queste situazioni si consumano all’interno delle mura domestiche, davanti a uno smartphone o a un computer, e possono essere confuse con normali caratteristiche dell’adolescenza».
Secondo lo specialista, il punto centrale è comprendere che spesso la dipendenza non rappresenta il problema originario, ma la manifestazione esterna di una sofferenza più profonda. «Questi ragazzi sovente presentano un disagio o una vera patologia psichiatrica che si manifesta attraverso la dipendenza. Bisogna intervenire sul comportamento, ma contemporaneamente sulla condizione psicologica di base e sul contesto familiare e relazionale».
L’adolescenza rappresenta infatti una fase di particolare vulnerabilità neurobiologica. I circuiti cerebrali coinvolti nella motivazione, nella ricerca della ricompensa e nella regolazione emotiva sono ancora in maturazione, così come le funzioni esecutive della corteccia prefrontale, fondamentali per il controllo degli impulsi, la pianificazione e la valutazione delle conseguenze delle proprie azioni.
In questa fase della vita il bisogno di appartenenza, approvazione sociale e costruzione dell’identità assume un peso determinante. I social network intercettano proprio questi bisogni attraverso meccanismi progettati per mantenere alta l’attenzione dell’utente: notifiche continue, scorrimento infinito dei contenuti, sistemi di approvazione attraverso “mi piace” e commenti, algoritmi capaci di proporre stimoli personalizzati.
Questi strumenti non sono neutri. Il loro funzionamento può attivare i circuiti dopaminergici della ricompensa e favorire, nei soggetti predisposti, un progressivo passaggio dall’utilizzo abituale a un comportamento compulsivo. Non è però la tecnologia in sé a determinare la dipendenza: il rischio nasce dall’interazione tra caratteristiche individuali, vulnerabilità psicologica e modalità di utilizzo.
Sul piano clinico è fondamentale distinguere tra un uso intenso della tecnologia e una vera condizione patologica. La presenza di molte ore trascorse online non è sufficiente per parlare di dipendenza. Gli elementi più significativi sono la perdita di controllo, l’incapacità di ridurre il comportamento nonostante le conseguenze negative e la compromissione del funzionamento quotidiano.
In molti casi la condotta additiva rappresenta il sintomo di una condizione psicopatologica sottostante: disturbi d’ansia, depressione, difficoltà nella regolazione emotiva, fragilità relazionali o problematiche del neurosviluppo. Per questo motivo la semplice rimozione dello smartphone o la limitazione dell’accesso ai dispositivi, pur potendo essere utili in alcuni casi, non rappresentano una risposta terapeutica sufficiente.
Negli ultimi due decenni la ricerca internazionale ha evidenziato una crescita dell’uso problematico di smartphone, social media, internet e videogiochi, con gli adolescenti tra le fasce maggiormente esposte. Studi recenti indicano una significativa presenza di comportamenti assimilabili a dipendenza digitale, soprattutto nell’ambito dei social network e del gaming online.
Particolare attenzione riguarda il rapporto tra social media e immagine corporea. Le ragazze risultano maggiormente vulnerabili, sia per il maggiore coinvolgimento nelle dinamiche relazionali online, sia per la maggiore esposizione a pressioni estetiche e sociali. Il confronto continuo con immagini selezionate, filtrate e spesso artificialmente perfezionate può favorire insoddisfazione corporea, riduzione dell’autostima e, nei soggetti predisposti, contribuire allo sviluppo di disturbi della nutrizione e dell’alimentazione.
Rispetto al passato è cambiato anche il meccanismo del confronto sociale. Gli adolescenti non si misurano più soltanto con modelli lontani, come personaggi famosi o immagini pubblicitarie, ma con i propri coetanei. Un confronto percepito come più diretto e realistico, che può amplificare sentimenti di inadeguatezza e paura dell’esclusione.
Un’altra area di preoccupazione riguarda la normalizzazione dei comportamenti a rischio. Le cosiddette challenge virali possono trasformare gesti pericolosi in strumenti di ricerca di consenso e visibilità. Il meccanismo della popolarità online può ridurre la percezione del rischio e favorire condotte impulsive, particolarmente critiche in una fase della vita in cui il controllo degli impulsi è ancora in evoluzione.
A questo si aggiunge la cyberviolenza: cyberbullismo, molestie digitali, ricatti e diffusione non consensuale di immagini intime rappresentano fenomeni in grado di produrre conseguenze psicologiche profonde. Anche in questo ambito le ragazze risultano maggiormente esposte, con possibili ripercussioni sull’autostima, sull’equilibrio emotivo e sulle relazioni sociali.
Parallelamente resta alta l’attenzione sulle dipendenze da sostanze. Secondo i dati della Relazione annuale al Parlamento sul fenomeno delle dipendenze, nel 2025 centinaia di migliaia di studenti minorenni hanno riferito il consumo di sostanze illegali. Cannabis e cocaina rimangono tra le sostanze più diffuse, mentre cresce la preoccupazione per le nuove sostanze sintetiche, spesso caratterizzate da elevata potenza e imprevedibilità degli effetti.
«Questi ragazzi non stanno semplicemente attraversando una fase difficile o un momento di ribellione – sottolinea il professor Sani –. Soffrono e devono essere aiutati attraverso percorsi integrati che comprendano il supporto psichiatrico, la riabilitazione comportamentale e il sostegno alla famiglia».
La sfida dei prossimi anni sarà quindi quella di sviluppare una capacità di intercettazione precoce del disagio. Famiglia, scuola, medicina territoriale e servizi specialistici dovranno lavorare insieme per riconoscere i segnali iniziali e intervenire prima che il comportamento problematico diventi una condizione consolidata.
L’obiettivo non è sottrarre ai giovani il mondo digitale, ma aiutarli a viverlo in modo equilibrato. Dietro un comportamento apparentemente eccessivo può nascondersi una richiesta di aiuto. Comprenderla significa guardare oltre il sintomo e restituire ai ragazzi la possibilità di costruire relazioni, autonomia e benessere psicologico.