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La signora dell'Ia: "La tecnologia è scienza, non affari"

Gianna Martinengo è la madrina italiana delle macchine pensanti: "Non sono solo strumenti"

Gianna Martinengo, ideatrice del Premio (@ fn.photo)
Gianna Martinengo, ideatrice del Premio (@ fn.photo)

L'incontro con l'intelligenza artificiale arriva dopo una vera e propria fuga, era il 1982. Gianna Martinengo lascia un matrimonio difficile e si rifugia nella Silicon Valley per studiare il futuro, "quando ancora la ricerca era agli albori: era il tempo della meraviglia e non quello del business a ogni costo". Il risultato è che oggi lei, fondatrice di Didael Kts e presidente di Women&Tech, può dire di essere stata la prima italiana ad occuparsi di macchine pensanti, prima ancora che arrivassero convegni, startup e promesse industriali. "Io l'Ia l'ho vista nascere, e per questo vi dico che non si deve parlare solo di uno strumento: è una disciplina scientifica. La difficoltà non è capire cosa farne, ma far capire cosa non si deve fare". È umanesimo tecnologico.

Il futuro Cavaliere Martinengo (lo è, della Repubblica) arriva a Stanford dopo una laurea in lingue alla Bocconi ("volevo girare il mondo"). Due figli con sé, un lavoro nella celebre università, in uno spin-off pieno di 800 ricercatori: "Ai tempi avevamo un capo che stava in Arizona e usavamo per comunicare il primo internet: una rete militare. Era lo smart working prima dello smart working". Entra così nel mondo degli algoritmi, studia quello creato dall'italiano Mario Zanotti, un probabilista che aveva messo a punto - con il filosofo della scienza Patrick Suppes e con un matematico - un programma che permetteva ai ragazzi con difficoltà di apprendimento di arrivare preparati ai test scolastici finali. Poi quasi per caso incoccia su un articolo scritto a Torino, e così conosce Lionello Cantoni, marito di Marisa Bellisario: quando torna in Italia ("per nostalgia") nasce un progetto per valutare i programmatori secondo la quantità di righe di codice scritte. "A Stanford ho scoperto un modo di pensare l'innovazione fatto di università, fondi, laboratori e contaminazioni continue. Alcune idee erano già avanti di decenni e tra queste i sistemi capaci di valutare le difficoltà di bambini e ragazzi e di proporre esercizi su misura. Volevo portare questa visione in Italia, purtroppo abbiamo perso anni preziosi.

Si comincia con un software prodotto con un amico d'infanzia che si occupa di informatica della Sanità: "Alle 7 di sera prendevamo possesso del suo ufficio: i tecnici lo hanno disegnato pixel per pixel". Viene realizzato uno strumento con quattro tasti che consente di superare le barriere nell'uso del computer, e dopo un primo test Giorgio Sacerdoti - pioniere dell'informatica italiana - fa arrivare il prototipo al Don Gnocchi: "L'Olivetti, dopo insistenze, decide di prestarci un unico computer M20. Poi l'ha voluto indietro...". Intanto però con un'equipe di educatori e esperti l'esperimento coglie risultati: Sacerdoti la invia a un convegno internazionale in Bulgaria e lì conosce Stefano A. Cerri, fondatore dell'Ia europea. "Dopo essere stata respinta da Politecnico e Comune, intanto avevo fondato una società: Stefano si trasferisce a Milano per amore, sarà mio marito. Il nostro laboratorio vince undici su dodici progetti europei, diventiamo di interesse nazionale". Un successo, anzi no: "Andiamo dall'allora ministro chiedendogli di investire sui prototipi di intelligenza artificiale, la risposta fu: Non vi basta la stupidità naturale?. Quei progetti sono poi stati sviluppati in Francia e Germania: l'Italia avrebbe potuto essere leader nell'Ia già nel 1990".

Oltre trent'anni dopo stiamo rincorrendo il mondo, la strada è stata tortuosa. Per esempio: un grande investimento nato grazie a Gianmarco Moratti in Sardegna viene bruciato da un ex dirigente di Ibm ("Quando decise di guardare nei bilanci era già tardi: chiuse tutto perché sua moglie Letizia era stata nominata ministro. Quel dirigente? È finito in galera"). Dopo altri ostacoli non tutto però è andato perduto: nel 2012 nasce appunto Didael Kts, che si occupa di sviluppare programmi di e-learning, siti, prototipi e applicazioni ad hoc nel campo educativo: "Siamo una struttura agile, senza aiuto dalle banche. I nostri collaboratori sono contenti: paghiamo sempre puntuali".

Cos'è diventata l'Ia allora? Per Gianna Martinengo resta una missione, soprattutto adesso, "visto che se ne parla troppo, e spesso a sproposito". "È una scienza dice -: non è un gadget, non è un software da installare, non è una scorciatoia. È un campo che richiede metodo, competenze e, soprattutto, spirito critico. Ma se un Paese decide che a formare gli insegnanti siano persone delle Big Tech è chiaro che c'è qualcosa di sbagliato". Non è questione se Dio rinascerà circuito: è solo denaro. "Loro non fanno ricerca, devono vendere un prodotto. Non vogliono che tu capisca, ma che tu compri. Per questo noi cerchiamo di fare il contrario: freniamo le aziende, le aiutiamo a capire a che punto sono, a individuare due-tre settori per utilizzarla. Prima ancora di parlare di soluzioni bisogna partire dai bisogni reali, costruire prototipi, testare, correggere. È un approccio pragmatico, ma così è anche profondamente educativo: l'Ia è una scienza che si impara facendo".

Gianna Martinengo ha visto l'alba dell'intelligenza artificiale e ora vede l'orizzonte: "Il futuro è fatto di agenti umani e agenti artificiali che lavorano insieme: solo così rafforzeremo il nostro pensiero". Ed è solo così che ne resteremo proprietari.

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