«Sistema sanitario al fallimento nel Sud»

Roma«Da metà Italia in giù», quindi nel Meridione, «il sistema è in default». Non usa mezzi termini il ministro dell’Economia per descrivere la sanità nelle regioni dove la spesa è andata fuori controllo. Una situazione nota, che Giulio Tremonti ha illustrato a una platea teoricamente ostile a questi richiami, quella del congresso della Uil, sindacato radicato anche a sud. Ma quello che ieri premeva dire al ministro è che il governo ha fatto qualcosa e ha intenzione di fare ancora di più, rafforzando la responsabilità di chi amministra i soldi pubblici. L’analisi di Tremonti è impietosa. I conti del Sud sono praticamente saltati. E «la politica fa schifo in questo senso». La spesa pubblica «è da troppo tempo fuori dal controllo dei cittadini». E il risultato è che quella sanitaria, pesa sui bilanci locali per il 79-80 per cento. «Ti sembra normale - ha chiesto al suo interlocutore nel corso dell’evento clou del congresso, una tavola rotonda con il leader del Pd Pierluigi Bersani - che in quattro anni tutto il sistema della sanità del centro-sud viene scassato? Il problema della sanità è un grande tema, a cui presto un’attenzione assoluta».
Secondo il ministro una delle vie per risolvere il problema, e introdurre quella che ha chiamato «moralità politica», è l’attuazione del federalismo fiscale. Ma c’è anche un pezzo del decreto anticorruzione approvato da poco dal Consiglio dei ministri che può risultare utile a legare i politici alle proprie responsabilità. È il cosiddetto fallimento politico.
Ieri mattina al congresso Uil, prima della tavola rotonda Tremonti-Bersani, ne aveva parlato anche il ministro del Lavoro, rivendicandone, se non la paternità, un sostegno assoluto motivato dal fatto che per due anni Maurizio Sacconi è stato anche ministro della Sanità. Tremonti ha rilanciato e rincarato la dose. «Avevo dubbi ma poi mi sono passati e abbiamo messo in un Ddl il fallimento politico che mi sembra una cosa giusta: cioè se un amministratore ha fatto default non si può ripresentare». Invece di portare i libri in tribunale, aveva spiegato il ministro del Lavoro, porterà i libri agli elettori. Tremonti ha chiesto al segretario del Partito democratico se voterà il decreto che contiene il «fallimento politico», ma Bersani si è limitato a dire che «non abbiamo una fotografia condivisa e quindi non possiamo fare uno sforzo nazionale coordinato».
A tenere banco, più che i nodi della spesa pubblica, al congresso della Uil era il pressing dei sindacati sulla riforma fiscale. Tremonti ha risposto dando ampie rassicurazioni sul confronto con le parti sociali, ma frenando sulla possibilità che si possa fare a breve termine. «È arrivato finalmente il tempo per avviare il progetto di riforma fiscale». La diagnosi di Tremonti è la stessa che il giorno prima aveva fatto il segretario generale della Uil Luigi Angeletti e, ieri, quello della Cisl Raffaele Bonanni. Il sistema attuale è diventato «poco efficace e poco giusto». Vecchio, «disegnato negli anni Sessanta, diventato legge negli anni Settanta, poi modificato e rattoppato». Ormai è da cambiare radicalmente.
Al cambiamento devono concorrere le parti sociali e anche le opposizioni; «tutti insieme, perché le riforme fiscali non sono di parte». Ma il tempo non può essere una variabile indipendente. «Abbiamo i mezzi, le conoscenze e la spinta politica per fare la riforma. Ma non possiamo immaginare di farla di colpo, sarebbe un grande errore». E chi pensa di risolvere di colpo la questione fiscale «non ha idea della complessità del sistema in Italia e nel mondo in un tempo come questo». In nessun altro Paese è stata avviata una riforma di questa importanza. Ma un accenno a come si trasformerà il fisco italiano, Tremonti lo ha fatto. Il coinvolgimento sempre maggiore di regioni ed enti locali nella lotta all’evasione. Che sta andando bene. «Gli oltre 9 miliardi di euro incassati sono una cosa che in altri tempi se la sognavano. Nove miliardi sono un risultato che fa giustizia, e fa giustizia anche di tante cose dette a sproposito».
L’evasione rimane però un «fatto strutturale che va gestito come tale: soltanto l’11% dichiara di più di 100mila euro, secondo i dati del 2007». Non con strumenti come quelli che chiede la sinistra. Imporre la carta di credito per pagamenti sopra i 100 euro. Quando si coinvolgeranno i Comuni, invece, «si farà un passo in avanti».

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