Tutti sanno che non sono un fervente cattolico. Da ragazzo, andando a scuola, mi fermavo nella chiesa di Santa Rita perché volevo parlare con Dio. Poi mi accorsi che non rispondeva, e da allora facciamo vite separate. Però non sono mai stato anticlericale e finisco sempre per parlare bene dei preti.
Un motivo c’è. Sono convinto che se l’Italia si è salvata, e se avrà qualche possibilità di salvarsi ancora, gran parte del merito spetti ai sacerdoti che per generazioni hanno tenuto insieme il popolo quando lo Stato non ci riusciva o, peggio, non ci provava. Dopo l’Unità, poco desiderata dal popolo, l’Italia tenne perché sotto lo Stato esisteva una trama che lo Stato non aveva costruito: parrocchie, campanili, famiglie, preti. Io sono bergamasco: per capirmi basta rivedere L’albero degli zoccoli, la memoria di quel popolo contadino che aveva poche cose per stare in piedi, la famiglia, il lavoro, la chiesa, il paese. Quella trama si è assottigliata, ma qualche filo è rimasto. Uno di questi fili si chiama oratorio.
Io all’oratorio ci sono cresciuto, al San Filippo Neri di Bergamo, dove un prete simpaticissimo teneva tra noi una disciplina ferrea. Mia madre Adele vendeva la pasta Combattenti. Mio padre Angelo ebbe la pessima idea di morire a quarantatré anni: io ero un bambino. Raccattavo le monete, compravo L’Eco di Bergamo e me lo portavo a scuola. Mi domandavo: chissà se da grande riuscirò anch’io a scrivere cose così.
Il primo lavoro arrivò grazie ai preti. Avevo la terza media e studiavo da solo perché volevo il diploma. Un giorno mi avvicinò monsignor Angelo Meli, priore di Santa Maria Maggiore. Mi prese in canonica tre ore al giorno, lui e io da soli, a studiare come matti. Superata la maturità, telefonò al direttore dell’Eco, monsignor Spada: «Ho un mio allievo, si chiama Feltri, dagli una mano». Sono diventato giornalista così: perché un prete si era accorto di un ragazzino povero che comprava il giornale con gli spiccioli. La canonica non mi insegnò il mestiere: mi diede la scoperta che scrivere mi piaceva, e qualcuno disposto a scommetterci. Sembra poco, invece è tutto.
Poi c’era il pallone. Anche Gianni Rivera viene dall’oratorio: ci ritrovammo commilitoni al Car di Orvieto, dove giocavamo insieme: lui sostiene che me la cavavo. Nei campetti dietro le chiese sono cresciuti Rivera, Mazzola, Vialli e una quantità impressionante di campioni: c’erano i solisti, i grandi violini, ma il violino stava dentro l’orchestra, e il tuo nome stava dentro di te mentre la maglia stava addosso a tutti. Forse anche per questo la crisi della Nazionale mi mette malinconia: abbiamo perfezionato le scuole calcio e perso i campetti, organizzato tutto e forse educato meno. All’oratorio il gioco era una cosa seria: giocando imparavi la prima forma di moralità, la lealtà. Non barare. Accettare che un altro fosse più bravo. Se perdevi, avevi perso e domani riprovavi.
Ho ritrovato questo mondo in «Oratorio Italia. Viaggio nel Paese del bene» di Alessia Ardesi, pubblicato da Rubbettino. Un libro bellissimo, e non lo dico perché contiene anche la mia testimonianza. Non ne faccio la recensione: ne hanno scritte di eccellenti la Civiltà Cattolica e l’Osservatore Romano, e nella postfazione Aldo Cazzullo, il narratore più amato dell’Italia, ricorda che negli oratori si è formata la classe dirigente che ha ricostruito il Paese, De Gasperi in testa. Ce ne sono meno; nel Sud qualche parroco ha dovuto difenderli perfino dalla mafia e dalla camorra. Eppure sono lì, e servono oggi più di ieri. Come scrive Giulio Dellavite, prete e scrittore, la società aveva bisogno di quel luogo e la Chiesa rispose a una «domanda di vita». Domanda di vita, non di parcheggio. L’oratorio non è un deposito custodito di minori: è un bagno di realtà. Il bambino entra e incontra il piccolo e il grande, il bravo e l’incapace, oggi l’italiano e il figlio dell’immigrato. Deve conquistarsi un posto senza eliminare gli altri.
Oggi ci lamentiamo perché sono sparite le cosiddette agenzie educative. La scuola arranca. L’università, nonostante il lavoro del ministro Bernini, consegna spesso ragazzi preparati alla prospettiva di un aereo per l’estero. Le famiglie sono fragili, la stessa Chiesa ha perso presenza e presa. Ernesto Galli della Loggia ha scritto, con quella prosa distaccata e puntuta che nasconde un’autentica passione civile, della sparizione dei luoghi nei quali una società educava se stessa. Vorrei mettergli in mano il libro e dirgli: Ernesto, guarda che qualcosa è rimasto. Non dobbiamo inventarlo: c’è già, e respira. Intanto ai ragazzi abbiamo consegnato uno smartphone dicendo loro: arrangiatevi. Poi ci stupiamo del branco, dei maranza, dei coltelli. Io una volta ho scritto che non sono contro i turbanti, sono contro i coltelli. E se esiste un’alternativa al maranzismo, che o ti aggredisce o ti assorbe, questa alternativa passa anche dagli oratori. Nei campetti di oggi giocano ragazzi italiani e figli di immigrati: lì l’integrazione non è una circolare ministeriale, è passare il pallone. È scoprire che per vincere hai bisogno anche del ragazzo che a casa prega un Dio diverso dal tuo. Non occorre cancellare le differenze: basta non prendersi a coltellate.
Per questo mi rivolgo soprattutto a chi non crede. Non vi piacciono i preti? Pazienza. Non credete in Dio? Vi faccio compagnia per buona parte del viaggio. Siete anticlericali? Tenetevi il vostro anticlericalismo, se vi diverte. Ma non siate così sciocchi da buttare via una delle poche istituzioni che per secoli hanno tenuto insieme questo Paese e potrebbero ancora rammendarlo. Non idealizzo i sacerdoti: ne ho conosciuti di straordinari e altri meno. Non propongo di consegnare i bambini italiani ai parroci con pieni poteri. Dico una cosa più urgente: se non vogliamo che muoia l’Italia, facciamole la respirazione bocca a bocca con gli oratori. La politica, se non ha voglia di sostenerli, almeno non li punisca; i Comuni li aiutino, chi ha denaro ne investa anche lì, le famiglie tornino a considerarli non un residuo polveroso ma una possibilità. E gli intellettuali smettano di guardarli con il sorrisetto riservato alle cose che sanno di sagrestia. Si tratta di constatare che una delle strutture che hanno tenuto in piedi l’Italia esiste ancora, e sarebbe da deficienti demolirla quando non abbiamo quasi niente con cui sostituirla.
Io non sono un ottimista. Alla mia età la speranza, quando arriva, non suona la tromba: ha una voce fioca. La disillusione qualche volta somiglia alla tristezza, ma essere tristi non significa contemplare un futuro di nulla. Quando cerco qualcosa che mi autorizzi a non disperare di questo Paese, penso a quel ragazzino che comprava L’Eco di Bergamo con le monete raccattate in casa, e al vecchio monsignore che un giorno alzò il telefono: ho un mio allievo, si chiama Feltri, dagli una mano. Qualcuno gli aveva dato un pallone, una canonica dove studiare e un posto nel mondo. Non mi sembra poco.
