Cosa ci faceva Burgess al "Giornale" di Indro? Scriveva benissimo, e beveva ancora meglio

L'autore di "Arancia meccanica" collaborò a lungo con Montanelli. Poi, il litigio

Cosa ci faceva Burgess al "Giornale" di Indro? Scriveva benissimo, e beveva ancora meglio

Anthony Burgess (1917-93) dormiva «alla malese», su una stuoia, sul pavimento, «si alzava prestissimo e scriveva velocemente... mai un pentimento, correzioni rarissime, a penna». I capelli erano un tributo al caos, la posa cinica; conosceva l'arte della fuga. Vedovo, nel 1968 aveva sposato l'amante, Liana Macellari, italiana, che gli faceva da agente. Era già l'autore di Arancia meccanica e quell'anno scelse di mollare l'Inghilterra, che stritolava i suoi sudditi con una tassazione stratosferica. Si trasferì a Malta. Le sue audacie non furono gradite. Nel 1971 passò a Roma, mentre il governo maltese gli sequestrava casa e libri. Nel 1975 passò a Montecarlo. Lì, nel 1978, lo incontra Renato Besana, che da Burgess ottiene due cose: un contratto per pubblicare i suoi libri con Editoriale Nuova (impresa che andrebbe ricordata e magnificata: di Burgess stamparono L'uomo di Nazareth, 1984&1985, Malesia! e il profilo su Hemingway) e la promessa di un incontro con Indro Montanelli. «Montanelli e Burgess si scrutarono e piacquero: per indole e per la profonda, inguaribile malinconia che entrambi recavano in sé». Burgess diventò una firma d'eccellenza del Giornale: Il diavolo nella bottiglia (che inaugura la collana «Gli Aurei» per De Piante Editore, pagg. 38, euro 20) ne è una testimonianza «alcolica». Partendo da una mera recensione, Burgess s'invola a declamare il genio dell'ubriachezza, del bere «come piede di porco per forzare la facoltà creatrice» (in particolare, come spiega Luigi Mascheroni in calce al libro, redigendo un repertorio di scrittori dionisiaci, Burgess preferiva l'Hangman's Blood, «un cocktail ideato negli anni Sessanta... gin, whisky, rum, porto e brandy»).

La collaborazione col Giornale durò dal 1978 al 1981: Burgess, l'ho detto, eccelleva nella fuga. Il grande scrittore preferì i soldi del Corriere della sera; con corrosiva eleganza Montanelli ghignò: «Ti auguro, caro Anthony, tutta la fortuna che non meriti». Noi ci auguriamo, piuttosto, che questa piccola scheggia libraria abbia il merito di far rieditare Burgess come conviene. Sintetizzato in Arancia meccanica il romanzo più venduto, non il più bello , Burgess, poligrafo selvaggio, ha scritto autentici, lividi capolavori (Gli strumenti delle tenebre, Il seme inquieto, Abba Abba), ora introvabili; diversi libri sono ancora inediti in Italia (Byrne, ad esempio, l'ultimo). In Inghilterra l'opera del sommo antipatico è gestita dalla International Anthony Burgess Foundation; l'anno scorso Carcanet ha raccolto in un tomo di oltre cinquecento pagine i Collected Poems di Burgess, che fu romanziere, poeta, critico, scrittore per il cinema, compositore (ha messo in musica, tra l'altro, le poesie di Thomas S. Eliot e l'Ulisse di Joyce, il suo maestro).

Semplicemente, Burgess è inafferrabile, non può stare nei placidi piani culturali dell'editoria nostrana. Nel 1989, invitato a Venezia dal Parlamento Europeo, se ne uscì così: «la lingua comune all'Europa non può essere l'inglese, né tanto meno l'esperanto: bisogna lavorare per un ritorno al latino». La presero per una battuta. Era serissimo. E se ne andò.