Così la Divina Commedia è diventata anche "manga"

L'opera di Alighieri ha conquistato il Giappone grazie a Go Nagai, che l'ha trasformata in disegni

Così la Divina Commedia è diventata anche "manga"

Franco Sacchetti nel Trecentonovelle ci racconta di Dante adirato con un fabbro e con un asinaio che declamavano, storpiandoli, i versi della sua Commedia. Aneddoti privi di fondamento storico, certo, ma suggestivi, indice dell'enorme fortuna che ebbero le tre cantiche fin dall'inizio grazie alle pubbliche letture nelle piazze.

Chissà quale sarebbe oggi il giudizio del Sommo Poeta sulla versione a fumetti del disegnatore - o meglio mangaka - Go Nagai. Da un lato Dante sarebbe certamente lieto che la sua opera sia nota anche in Giappone e che circoli una versione facilmente fruibile dai lettori più giovani; dall'altra probabilmente non vedrebbe di buon occhio alcune licenze che si è preso Nagai nella trasposizione in chiave manga.

Basti pensare alla veduta di Firenze dove compare la quattrocentesca cupola del Brunelleschi, o alla Beatrice estremamente sensuale ritratta nuda nelle prime pagine.

Come Dante sia arrivato in Giappone è presto detto. Dal 1641 fino al luglio 1853 il paese restò sostanzialmente chiuso all'Occidente, per via della politica isolazionista che regolamentava molto severamente il commercio e le relazioni con l'estero. Senza un permesso scritto gli stranieri non potevano sbarcare, pena la morte. Ci pensarono quattro navi da guerra statunitensi sotto il comando del commodoro Matthew Perry a far cambiare idea allo shogun Tokugawa Ieyoshi. Perry minacciò di bombardare Edo (antico nome di Tokyo), qualora il Giappone avesse rifiutato la stipula di un trattato «d'amicizia e di pace». Vennero concessi alcuni mesi di tempo, e nel febbraio del 1864 il commodoro si ripresentò nella baia di Edo con il doppio delle navi da guerra: al Giappone non rimase che firmare il primo di una serie di trattati con gli Stati Uniti e le potenze europee, aprendo le frontiere al commercio ma anche alla cultura degli stranieri, i gaijin, per usare un termine dalle venature spregiative.

La Divina Commedia comincia così a circolare nel Paese del sol levante, dapprima in edizioni basate su traduzioni dall'inglese e dal tedesco. È lo scrittore Mori Ogai a coniare nel 1895 il termine che ancora oggi designa comunemente l'opera: Shinkyoku, «canto divino». L'interesse verso la Commedia cresce, tanto che all'inizio del Novecento l'intellettuale Ueda Bin tiene dei cicli di lezioni all'Università di Kyoto, e nel 1908 istituisce una cattedra intitolata a Dante. La prima traduzione delle tre cantiche dall'italiano si deve a Yamakawa Heizaburo, un letterato di ispirazione cristiana, tra il 1914 e il 1922. Dalla seconda metà del Novecento le traduzioni della Commedia non sono più nella desueta lingua letteraria classica ma in giapponese moderno, e l'immaginario dantesco affascina sempre più gli intellettuali e i lettori. Dobbiamo ricordare la figura del professor Nogami Soichi, autore nel 1954 di un vocabolario italiano-giapponese e traduttore della Commedia nel 1965, premiato dalla Società Dantesca Italiana l'impegno profuso nella divulgazione dell'opera dell'Alighieri. Anche il premio Nobel per la letteratura e Kenzaburo ha manifestato la propria ammirazione per Dante, inserendo nel romanzo Gli anni della nostalgia (1987) numerose citazioni di passi delle tre cantiche.

La Commedia esercita una forte influenza anche su Go Nagai, uno dei grandi autori del panorama fumettistico giapponese. Considerato il papà del genere super robot, i cui protagonisti sono enormi macchine da guerra pilotate da esseri umani posti al loro interno, a Nagai si deve la creazione a partire dal 1972 di personaggi quali Mazinga Z, il Grande Mazinga, Jeeg, che la casa di produzione Toei trasformò in serie animate di grande successo, approdate pochi anni dopo nei palinsesti Rai e delle nascenti tivù private. Nagai realizzò anche il canovaccio e i bozzetti iniziali di Goldrake, il cui cartone animato era destinato a diventare in Italia un vero e proprio mito generazionale, come racconta il sociologo Marco Pellitteri nel saggio Mazinga Nostalgia (Tunué 2018). È il 4 aprile 1978 quando Maria Giovanna Elmi annuncia su Rai Due la prima puntata di Atlas Ufo Robot. Goldrake fa subito breccia nel cuore dei giovani telespettatori, suscitando nel contempo le preoccupazioni di genitori, politici, intellettuali. Le mamme temono che la violenza delle immagini possa avere effetti nefasti sulla psiche dei ragazzi, il deputato di Democrazia Proletaria Silverio Corvisieri chiede l'intervento della Commissione di vigilanza, il quotidiano L'Unità cavalca la crociata contro i robot giapponesi pubblicando interventi fortemente critici, mentre Nilde Iotti e Dario Fo evocano i fantasmi del fascismo.

«All'Italia devo comunque soprattutto l'influenza di Dante Alighieri. Ero ragazzo quando i miei fratelli portarono a casa un'edizione della Divina Commedia illustrata da Gustave Doré. Desiderai immediatamente poter disegnare come faceva lui». Queste le parole di Nagai intervistato nel 2007 da Francesco Prisco per Il Sole-24 Ore. È soprattutto l'immagine di Lucifero dalle grandi ali prigioniero dei ghiacci del Cocito a essere fonte di ispirazione: prima per un manga horror cominciato a fine anni Sessanta e rimasto incompiuto, Mao Dante, poi per il personaggio più celebre dell'autore nipponico, Devilman, creato nel 1971. L'adattamento delle cantiche dell'Alighieri è invece un'opera più recente: dopo la serializzazione su di una rivista l'editore Kodansha pubblica i tre volumi di Dante Shinkyoku tra 1993 e 1995, e nel 2006 vengono tradotti per il mercato italiano. Nel 2019 l'opera esce per la prima volta in un volume omnibus di 700 pagine per la milanese J-Pop.

L'infatuazione per Doré è tale che Nagai ne riprende fedelmente le immagini e le riproduce utilizzando uno stile di tratteggio molto laborioso, proprio allo scopo di rendere al meglio l'effetto visivo della litografia. Il risultato è un omaggio accurato, di alto livello artistico, che riesce a emulare il fascino e la potenza delle illustrazioni di Doré. L'artista alsaziano, che pubblicò a proprie spese il volume della prima cantica nel 1861, realizzò per l'Inferno 75 incisioni, ma solo 42 e 18 per i successivi tomi del Purgatorio e del Paradiso (1868, Hachette; nello stesso anno uscì l'edizione italiana per i tipi di Sonzogno). Anche Nagai predilige la materia infernale, disegnando circa cinquecento tavole che costituiscono i primi due volumi di Dante Shinkyoku. Le altre cantiche sono ridotte e accorpate nell'ultimo volume. Il fumettista arriva a riprodurre ben 63 litografie dell'Inferno di Doré, tutte quelle del Purgatorio e tredici del Paradiso, disponendole nei punti cruciali della narrazione a fumetti. Le imitazioni non si differenziano di molto dagli originali: Nagai aggiunge qua e là nuvolette, didascalie o le tipiche onomatopee grafiche dei manga, scritte in katakana; compie qualche aggiustamento per aumentare il dinamismo o per armonizzare la composizione della tavola; inserisce alcuni stilemi del fumetto giapponese.

Non dobbiamo però dimenticare che si tratta di un manga destinato al pubblico adulto, con un'estetica e un linguaggio grafico ben precisi, che al lettore italiano non avvezzo possono sembrare sopra le righe. Della Commedia Nagai tralascia l'impianto allegorico e le disquisizioni filosofico-dottrinali, improponibili al giapponese medio. Viene invece esaltato il ruolo del Dante personaggio, l'Alighieri in carne e ossa che inseguito dai Guelfi neri cerca scampo in una selva fuori Firenze e si ritrova a vivere in prima persona la discesa agli Inferi, senza sapere di quali atrocità sarà testimone. In mezzo ai peccatori soffre, suda, si mette in pericolo, domanda a sé stesso cosa siano il peccato, la colpa, e se la punizione sia giusta. Anche Beatrice, lungi dall'essere una figura eterea, simbolo della grazia divina, appare all'Inferno in tutta la sua fisicità: è nuda, e Dante la guarda visibilmente imbarazzato, poiché prova ancora una forte tensione erotica nei confronti della donna. Nagai descrive il loro primo incontro sul Lungarno citando il dipinto Dante and Beatrice del preraffaellita Henry Holiday (1883), tela che in realtà mette in scena il celebre saluto negato. È nel trionfo di luce del Paradiso che finalmente Beatrice ci appare in tutto il suo candore, avvolta in una tunica bianca, a suggellare il percorso di ascesa di Dante verso Dio e la salvezza.