"Il Divin Codino", difficile rendere più incolore una leggenda come Baggio

L’attesissimo film Netflix delude per la sommaria semplificazione di una carriera, di un talento e di una personalità fuori dal comune. Si salva solo l’interpretazione mimetica dell’attore protagonista

"Il Divin Codino", difficile rendere più incolore una leggenda come Baggio

Il Divin Codino della regista Letizia Lamartire, ovvero il film dedicato a Roberto Baggio da oggi su Netflix, non trasmette l’iconicità del personaggio. Un’ora e mezza di approssimazioni, talvolta goffe, in cui non c’è traccia dell’estro, dell’istinto e della complessità di un uomo la cui carriera ultra ventennale è ridotta a tre distinte pennellate temporali: il passaggio dalle giovanili del Vicenza alla Fiorentina, il fatidico rigore del mondiale 1994 e gli anni al Brescia con Mazzone.

Sbrigativo e dalla struttura narrativa lineare ma puntellata di grandissime omissioni (come il tradimento vissuto dal popolo viola al passaggio del suo campione alla Juventus), “Il Divin Codino” suggerisce soltanto, senza mai far respirare il mito. Passi l’aver ridotto a brevi cenni i vari incidenti ed operazioni che hanno accresciuto il fascino drammatico del giocatore, ma è imperdonabile che manchino le prodezze tecniche e le giocate memorabili che hanno reso Baggio un Dio del pallone agli occhi di tanti suoi estimatori. Sarebbe bastata qualche immagine di repertorio per rendere palpabile cosa si intenda per genialità calcistica.

Impossibile, è ovvio, rendere giustizia in maniera esaustiva a una lunga pagina di storia dello sport in un’ora e mezza; ciò non toglie che, nel caso de “Il Divin Codino”, un ricordo collettivo di indelebile emotività sia ridotto a una sequela di frammenti aneddotici, neanche tutti interessanti.

Senza dubbio è importante che il racconto su Baggio si concentri sulla sua fede buddista, con quel che comporta in termini di approccio alla vita, così come sulla sua promessa fatta al padre, da bambino, di disputare la finale dei mondiali contro il Brasile e vincerla. I veri campioni sono coloro che sognano con maggior forza degli altri e “Il Divin Codino” rende bene il significato di quella che in psicologia è definita “una profezia che si auto-avvera”. Resta il fatto che, attorno al maledetto rigore dei mondiali Usa del 1994, imprescindibile fulcro e climax della carriera e della vicenda esistenziale del campione, si poteva e si doveva inserire altro pathos contenutistico. A parte la sequenza in cui si ricostruisce la caduta in mondovisione di una divinità, infatti, il resto si trascina.

La sola parte sentimentale de “Il Divin Codino” riguarda il rapporto di Baggio col padre (interpretato dal sempre bravo Andrea Pennacchi), figura burbera ed esigente, incapace di esprimere apprezzamento al figlio perché convinto, in questo modo, di inculcargli l’etica dell’impegno e del sacrificio. Tutti i comprimari, fatta eccezione per lui, hanno la fattezza monolitica di figure appena stilizzate quando non di macchiette.

Per fortuna si ha un piccolo tuffo al cuore nei primi piani su Andrea Arcangeli, l’attore protagonista: già fisicamente somigliante a Roberto Baggio, sa sfoderarne lo stesso sguardo tagliente oltre che il sorriso beffardo e misterioso da Gioconda calcistica. L'interprete è credibile nei panni di giovane uomo schivo e sensibile, che ha nell’indole solitaria sia lo stigma del fuoriclasse sia quello di rovina-spogliatoio.

"Il Divin Codino", in definitiva, con la sua introspettività gelida e poco coinvolgente, si tiene lontano dal documentaristico così come dall’epicità; fa della prudenza un esercizio di stile ma, in questo modo, finisce con il sabotare le emozioni.

Come omaggio a uno dei più grandi numeri dieci della storia, un’occasione persa.

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