Doig, il vecchio ragazzino cresciuto "on the road"

Il testamento letterario dell'autore è l'avventura del suo alter ego nel 1951. Fra indiani, vagabondi e rodei

Nella storia degli Stati Uniti d'America, dopo i Padri fondatori, cioè gli uomini che misero nero su bianco prima la Dichiarazione d'indipendenza, nel 1776, e poi la Costituzione, nel 1787, vennero i «figli esploratori», i «nipoti colonizzatori» e i «pronipoti espansionisti».

Ma qui le polemiche dettate dalle mode e la conseguente iconoclastia a comando dei giorni passati non c'entrano nulla. Perché ci siamo spostati dalla politica (e dalla correlata propaganda) alla letteratura. Ed è pur vero che si tratta sempre di mettere nero su bianco... Infatti, dapprima i «figli» letterati dei «padri fondatori» esplorarono con circospezione gli immensi territori del romanzo, prodotto di lusso importato dall'Europa; poi i «nipoti» colonizzarono quelle terre vergini con entusiastico piglio, nel senso che le fecero proprie modellandole e modificandone in parte i connotati, anche grazie al contributo - volontario o meno - dei nativi; quindi i «pronipoti», chiudendo il cerchio, esportarono a loro volta, e non più soltanto nel Vecchio Continente, bensì nel mondo intero, ciò che era rapidamente diventato, nel volgere di un secolo e mezzo, un canone letterario.

Nel Novecento a prendersi la scena furono i discendenti dei «pronipoti», cioè i nipotini dei vari Mark Twain, William Faulkner, Ernest Hemingway, John Steinbeck. Sono stati gli ultimi a morire, e il tempo dirà se dalla loro semina nasceranno buoni frutti. Di questa famiglia allargata, il penultimo a lasciarci, nel 1999, è stato Don Robertson, autore di Due armate per una bandiera, L'uomo autentico, L'ultima stagione, Paradise Falls, Julie, il quale si mosse, senza staccarsi dalla macchina per scrivere, su e giù lungo oltre cent'anni di storia americana, dalla Guerra di secessione agli anni Ottanta del XX secolo. Mentre l'ultimo è stato Ivan Doig, morto nel 2015.

Come Robertson, Doig amava muoversi nel tempo, per quanto in un tempo decisamente più ristretto, quello della sua stessa vita, iniziata a White Sulphur Springs, nel Montana, il 27 giugno 1939. Ma, mentre Robertson era un meraviglioso esemplare di scrittore stanziale, poiché il mondo dei suoi libri è collocato nel suo Ohio, reale o immaginario come la Paradise Falls della saga omonima, Doig era un tipo più on the road. E non è casuale che i fatti narrati in L'ultima corriera per la saggezza (pagg. 543, euro 20, traduzione di Nicola Manuppelli), la sua ultima opera uscita nell'anno della morte e ora proposta in italiano dall'editrice Nutrimenti (la stessa che ha pubblicato i romanzi di Robertson sopra citati tranne Due armate per una bandiera, targato Baldini e Castoldi, 1966), si svolgano nel 1951, l'anno in cui Jack Kerouac scrisse On the Road, pubblicato nel '57. L'anziano narratore che in L'ultima corriera per la saggezza scrive in prima persona l'avventura dell'alter ego Donal Cameron durata due mesi esatti, dal 16 giugno al 16 agosto, è in tutto e per tutto lui, l'Ivan Doig allora a cavallo fra gli undici e i dodici anni.

Ecco, i cavalli. Ce ne sono di bellissimi, nel ranch Double W, laggiù a Two Medicine, nel Montana. E Donal (senza la «d» finale perché di origine scozzese) vorrebbe restare lì, a prendersi cura di loro, mentre la nonna spadella per tutti in cucina. Ma la nonna è malata, deve subire un delicato intervento chirurgico e senza di lei nessuno può prendersi cura del ragazzino, orfano di padre e madre. Occorre quindi mandarlo altrove. E l'altrove è molto ma molto lontano, a Manitowoc, nel Wisconsin, dalla zia Kitty e dallo zio Dutch. Fanno la bellezza di 1601 miglia. Le percorriamo tutte, insieme a Donal detto «Capo Rosso» a causa dei capelli pel di carota e della fascinazione infantile per gli usi e i costumi degli indiani. Non, però, a cavallo, bensì sulle corriere della Greyhound, quelle che sulla fiancata avevano (e hanno ancora) l'immagine di un levriero grigio in piena corsa, molto più veloce, in verità, delle traballanti sostitute delle carovane.

Come non pensare a quel ragazzino in qualità di moderno Tom Sawyer, per la propensione a raccontare balle a fin di bene, di tuffarsi fra le onde dell'avventura senza saper nuotare, di sopportare i comportamenti bizzarri o autoritari degli adulti? Ma il beat in erba di Doig ricorda soprattutto un altro personaggio di Twain, cioè Huckleberry Finn, perché orfano, e perché se Huck trova nello schiavo nero Jim un degno compare, a lui tocca in sorte un socio altrettanto simpatico, e addirittura più... ingombrante: lo zio. Che non è «Dutch», cioè olandese, ma Herman, e per di più tedesco, proprio come quelli che pochi anni prima sono stati in guerra, agli ordini di Hitler, contro gli Stati Uniti d'America...

Donal parte con una camicia buona e una meno buona, un paio di jeans, un paio di scarpe così così e uno di splendidi mocassini indiani, trenta dollari più spiccioli elargiti dalla giovanilissima nonna e, come portafortuna, una punta di lancia nera di epoca precolombiana. Infine, c'è il Libro delle dediche, un quaderno su cui chiede autografi a chiunque incontri, compreso un certo stralunato scrittore che scoprirà poi essere... guarda un po', Jack Kerouac, diretto a «Califrisco, Salifornia».

Il primo bacio vero glielo regala Letty, una bella cameriera; le prime parolacce le impara da alcuni giovanotti in partenza per la guerra di Corea; il primo tentativo di furto lo subisce da un mellifluo passeggero; e, giunto a destinazione, le prime delusioni arrivano dalla zia Kitty, la cui unica preoccupazione sono le partite a canasta con le amiche. Per fortuna c'è Herman, classico burbero dal cuore tenero, con la sua serra e i suoi libri sul West del tedesco Karl May. «Quando si è giovani come lo ero io allora - scrive Doig - ogni genere di mondo o esistenza si spalanca alla periferia dell'immaginazione, e di solito lo si popola con le persone su cui si fa più affidamento». Donal ha trovato nella nonna la perfetta sostituta della mamma, e l'istinto gli dice che Herman può prendere il posto di papà. Lì a Manitowoc i due entrano subito in sintonia e capiscono di essere entrambi fuori posto. Così, fuggono da «Culo di Ippopotamo» Kitty e invertono la rotta: si va verso il caro, vecchio, West.

Dopo il viaggio di andata che è la parte più riflessiva e introspettiva di questo romanzo di formazione concentrato in quattro settimane, comincia dunque quello di ritorno. Le due tappe fondamentali sono la fiera dei Corvi degli indiani, un affascinante caravanserraglio che coniuga i balli multicolori dei nativi e l'adrenalina che riempie l'aria durante un rodeo, dove Donal conosce il suo idolo, Rags Rasmussen, fuoriclasse in materia, e poi la convivenza con un gruppo di hobo diretti, come da titolo (Last Bus for Wisdom) a Wisdom. Che è, sì, teatro del faticoso rito della fienagione, ma, soprattutto, significa Saggezza. E quando, dopo aver ridotto a più miti consigli uno sceriffo troppo ficcanaso, il ragazzino ed Herman scoprono chi è il capo del ranch Diamond Buckle, «saggezza» non è più soltanto una bella parola.

Diventa il nuovo orizzonte delle loro tormentate esistenze.

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