Quando ci si trova davanti a un'opera di Maurice Béjart, il fatto «coreografico» non riguarda più solo la danza pura. È coreografia-pensiero e coreografia-immagine saldate alla perfezione. Béjart coreografo non rimane mai circoscritto alla sola magnetica sfera intellettuale, ma esprime attraverso una fisicità intensa e plastica, intessuta di movimenti e gestualità classiche, vitale dinamismo contemporaneo. Per questo può raccontare qualsiasi cosa. Lo abbiamo verificato ammirando il Béjart Ballet di Losanna a «LuganoInScena» (in Italia verrà al Teatro Regio di Parma il 15 e 16 maggio 2019), che ha presentato una coreografia di Béjart scritta come duplice omaggio al poeta-cantante Jacques Brel e alla musa-amica Barbara (Brel et Barbara). Le confessioni e i ricordi di amori perduti di Barbara e la poetica nostalgia dei valzer parigini di Brel si alternavano come paesaggi umani notturni e luminosi. Numeri che hanno trascinato naturalmente il pubblico all'applauso liberatorio. Tributo che va esteso a tutta la compagnia del Ballet Béjart, guidato artisticamente da dieci anni da Gil Roman che nella prima parte ha presentato una sua singolare creazione, Syncope, illustrazione di onirici viaggi fisio-psico-musicali del protagonista, dopo una «sincope».
Mantenere il repertorio di Béjart e la sua lezione è l'alto compito che Roman e i suoi danzatori hanno reso vivo, continuando quel gioco creativo che investe movimento e immagine, utilizzando lo spazio scenico con nuda essenzialità e costumi-oggetto-multiuso inventivi.Gil Roman tiene viva la magia di Béjart
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