Ciclismo

"Era un leader nato, fragile quanto forte. La vera dannazione è stato perderlo"

Il suo storico gregario che ora lotta col Parkison: "Vidi subito il valore di Marco, già in ritiro staccava tutti in salita. Il ciclismo non ha capito abbastanza la portata di un campione come lui. E molti erano invidiosi"

"Era un leader nato, fragile quanto forte. La vera dannazione è stato perderlo"

Ascolta ora: ""Era un leader nato, fragile quanto forte. La vera dannazione è stato perderlo""

"Era un leader nato, fragile quanto forte. La vera dannazione è stato perderlo"

00:00 / 00:00
100 %

Ha gli occhi buoni e svelti di sempre, che lo portano a vedere sempre il bicchiere mezzo pieno, anche se da anni Fabiano Fontanelli si porta sulle spalle il peso del morbo di Parkinson, ma dopo un delicato e riuscitissimo intervento nel 2018 (a Bologna dal team "Deep Brain Stimulation del Programma Parkinson" del'istituto di Scienze Neurologiche dell'Ospedale Bellaria coordinato dal professor Cortelli) oggi vive una vita che si può definire normale.

Ha gli occhi che sorridono Fabiano, anche quando il sorriso si fa smorfia di fatica. Lo raggiungiamo telefonicamente per ricordare assieme quel fantastico interprete del pedale che da una spiaggia di Cesenatico seppe spiccare il volo sulle montagne del mondo e venti anni fa ci lasciò con un groppo in gola in una notte di San Valentino.

«Sono autosufficiente ci racconta l'ex ragazzo di Solarolo, 58 anni, 37 vittorie in 15 anni di carriera professionistica, comprese quattro tappe al Giro, che da anni vive a Imola con la moglie Laura e il figlio Marco -. Evito di guidare in autostrada, ma in città mi muovo bene, così come in bicicletta. Quella, la bicicletta, è sempre nel mio cuore: è la mia forza!».

Ma nel suo cuore c'è sempre posto anche per il ciclismo

«Non mi perdo una gara: è la mia vita. Chi mi piace? Due corridori su tutti: Mathieu Van der Poel e Tadej Pogacar, quest'ultimo è unico».

Come Marco?

«Marco era tutta un'altra cosa. Era fascinazione, innamoramento collettivo, palpitazione agonistica».

Parole d'amore.

«Amore puro».

Com'era Marco Pantani?

«Un ragazzo semplice e spontaneo, anche se prima dei grandi appuntamenti diventava un po' burbero. Se sentiva la giornata, dovevi solo lasciarlo tranquillo. Tu lo guardavi e dal suo sguardo capivi che aveva in mente di fare qualcosa di grande. Lui si trasferiva in una sua dimensione e da lì scrutava il mondo».

Un ricordo.

«Ne ho tanti, tutti bellissimi. Ricordo che al Tour del '98 non stavo benissimo, volevo tornarmene a casa, e lui in dialetto romagnolo mi convinse con un semplicissimo tu resta qui che si divertiamo, era sicuro di far bene. Vinse».

Era un capopopolo.

«Un leader nato, fragile quanto forte, perché munito di una sensibilità fuori dal comune. L'hanno fatto passare per dannato, ma la dannazione è stato perderlo».

In salita era unico?

«Nessuno come lui e con doti straordinarie di recupero».

Paragonabile a qualcuno?

«Come lui nessuno mai. Senza i tanti incidenti di Giri e Tour ne avrebbe potuti vincere molti di più e molto prima».

Quando ha sentito parlare per la prima volta di lui?

«Me ne parlò Pino Roncucci, che è stato il mio direttore sportivo da dilettante e che tirò su anche Marco. Io ero già professionista e Pino me ne parlava con ammirazione. Credimi, questo Pantani è qualcosa di eccezionale, nella mia vita non ho mai visto nessuno andare così forte in salita. Aveva ragione».

Quando ha pensato: ma quanto va forte questo qui?

«Subito, appena l'ho conosciuto nel '98, al primo raduno della Mercatone. Se c'era un tratto di salita lui seminava tutti: arrivava sempre su da solo».

Dove secondo lei Marco ha toccato il punto più alto?

«Ad Oropa, nel 1999, quell'anno era imbattibile».

Cosa pensa di Madonna di Campiglio?

«Non ci penso. Ho solo nel cuore la magia di un ragazzo che scalava le montagne come nessuno al mondo».

Cosa le manca di Marco?

«Il suo sguardo».

Erano anni di infatuazione collettiva.

«Lui ha fatto davvero innamorare tutti di ciclismo. Forse a qualcuno stava sugli zebedei, ma era solo invidia».

Erano tanti gli invidiosi?

«Nel nostro ambiente gli invidiosi non sono mai mancati. Quando cadde al Giro '97 lungo la discesa del Chiunzi per via di un gatto, le telecamere seguirono più noi di chi quella tappa poi andò a vincerla (Mario Manzoni). Il suo team-manager se ne lamentò. Non tollerò quel seguire la macchia gialla della Mercatone Uno che scortava il suo capitano sofferente e ferito. Era un ambiente fatto così: è come se oggi il mondo del tennis si ribellasse alle attenzioni che si sono venute a creare attorno a Sinner. Il mondo del ciclismo non ha capito fino in fondo la portata e l'importanza di avere uno come Marco. E lui in eredità ci ha lasciato il suo vuoto. Per sempre».

Commenti