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Se l'ideologia distingue le vittime

Quando un delinquente è italiano, bianco, eterosessuale, allora si tirano in ballo il patriarcato, la cultura dell'odio, la società malata. Quando invece l'autore appartiene a un'altra categoria ritenuta intoccabile, improvvisamente ogni spiegazione collettiva scompare

Se l'ideologia distingue le vittime
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Caro Direttore Feltri,

un uomo omosessuale viene ucciso nella sua casa. Il presunto assassino, secondo le indagini, avrebbe risposto a un annuncio pubblicato su un sito di incontri per introdursi nell'abitazione e rapinarlo. Eppure non sento manifestazioni, slogan, cortei, appelli indignati delle associazioni Lgbt. Come mai? Se l'assassino fosse stato un italiano, avremmo assistito allo stesso silenzio oppure si sarebbe parlato per settimane di odio e discriminazione? Non le sembra che ci siano vittime che meritano solidarietà

e altre che, invece, vengono rapidamente dimenticate a seconda dell'identità di chi le ha uccise?

Donatella Cortese

Cara Donatella,

la selezione delle indignazioni è diventata uno degli sport preferiti del nostro tempo. Non basta più che esista una vittima: bisogna verificare se il carnefice possieda le caratteristiche giuste per sostenere una determinata narrazione politica. Solo allora si organizzano fiaccolate, manifestazioni, hashtag e processi collettivi.

Roberto Guerrino è morto in modo brutale. Questo dovrebbe bastare a suscitare sgomento. Invece sembra che la sua storia interessi meno di altre. Perché? Forse perché il presunto responsabile, secondo quanto emerso dalle indagini, non corrisponde all'identikit del colpevole che una certa cultura politica preferisce raccontare.

Quando un delinquente è italiano, bianco, eterosessuale, allora si tirano in ballo il patriarcato, la cultura dell'odio, la società malata. Quando invece l'autore appartiene a un'altra categoria ritenuta intoccabile, improvvisamente ogni spiegazione collettiva scompare. Il delitto torna a essere un semplice fatto di cronaca. Nessuna riflessione generale. Nessuna autocritica. Nessuna mobilitazione.

Sia chiaro: non bisogna trasformare ogni reato commesso da uno straniero in una colpa attribuibile a milioni di persone oneste. Sarebbe un errore. Ma è altrettanto sbagliato applicare due pesi e due misure a seconda dell'identità dell'assassino.

L'uguaglianza dovrebbe valere sempre. Se davvero si sostiene che ogni vita ha lo stesso valore, allora ogni vittima dovrebbe ricevere la stessa attenzione e ogni crimine dovrebbe essere giudicato con il medesimo metro, senza filtri ideologici.

Il punto non è inventare moventi che gli inquirenti non hanno accertato. Se le indagini dicono che il movente è la rapina, sarà la magistratura a stabilirlo. Il punto è un altro: perché, ogni

volta che la vittima appartiene a una categoria tradizionalmente difesa dalla sinistra e il presunto autore è uno straniero, cala un silenzio che contrasta con il fragore mediatico di altri casi?

La credibilità di una battaglia civile si misura proprio qui: nella capacità di difendere i principi anche quando risultano scomodi. Se si condanna la violenza contro gli omosessuali, la si condanna sempre.

Se si difende la dignità delle persone, la si difende indipendentemente dal passaporto dell'aggressore. Se invece la solidarietà dipende dall'identità del colpevole, allora non si stanno difendendo i diritti: si sta facendo politica con le vittime.

E questo, oltre che ipocrita, è profondamente ingiusto.

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