Leggi il settimanale
In evidenza

La violenza rossa esiste e va prevenuta

L’Italia ha conosciuto gli anni di piombo, le Brigate Rosse, gli omicidi politici, i sequestri, le gambizzazioni, gli attentati, il tentativo di abbattere lo Stato attraverso la lotta armata

Immagine di repertorio
Immagine di repertorio

Gentile Direttore Feltri, la sinistra protesta contro la partecipazione italiana al vertice promosso dagli Stati Uniti sul terrorismo di estrema sinistra. Ma che cosa ci sarebbe di scandaloso nel confrontarsi con un Paese alleato su una possibile minaccia alla sicurezza? Dovremmo forse interrompere le relazioni diplomatiche con Washington per non urtare la sensibilità delle opposizioni?

Caro Andrea, non soltanto non vedo nulla di scandaloso nella partecipazione italiana a questo vertice, ma ritengo che essa sia opportuna, doverosa e perfino necessaria. Quando uno Stato alleato convoca una riunione internazionale dedicata alla prevenzione della violenza politica, un governo responsabile non si mette a fare il permaloso, non volta le spalle e non diserta per timore delle reazioni isteriche di qualche partito. Partecipa, ascolta, raccoglie informazioni, espone la propria posizione e tutela gli interessi nazionali.

È questo il significato della diplomazia. Partecipare a una conferenza non significa sottoscriverne preventivamente ogni conclusione, né consegnare la propria sovranità agli Stati Uniti. Significa prendere parte a un confronto tra alleati su un fenomeno che merita attenzione. Chi sostiene il contrario riduce la politica estera a una caricatura infantile: o si approva tutto oppure si interrompono i rapporti. Ma gli Stati non funzionano come una lite tra adolescenti. L’Italia appartiene all’Occidente, è membro della Nato, intrattiene con gli Stati Uniti relazioni strategiche, economiche e militari fondamentali. Immaginare che debba rifiutare un incontro sulla sicurezza perché alla sinistra non piace l’espressione “terrorismo rosso” è semplicemente assurdo. Il terrorismo di estrema sinistra è esistito. Questo non è un giudizio, è storia.

L’Italia ha conosciuto gli anni di piombo, le Brigate Rosse, gli omicidi politici, i sequestri, le gambizzazioni, gli attentati, il tentativo di abbattere lo Stato attraverso la lotta armata.

Magistrati, poliziotti, carabinieri, giornalisti, imprenditori, sindacalisti e servitori delle istituzioni furono colpiti perché considerati nemici del popolo. Negare questa realtà sarebbe come cancellare una parte sanguinosa della storia repubblicana. Eppure, ogni volta che si pronuncia l’espressione “terrorismo rosso”, una parte della sinistra reagisce come se fosse stata personalmente insultata. Ma nessuno sta dicendo che tutta la sinistra sia terrorista. Nessuno sostiene che il dissenso politico sia terrorismo. Nessuno confonde una manifestazione pacifica con un’organizzazione armata. Il problema è un altro: esistono gruppi estremisti che usano il linguaggio della sinistra rivoluzionaria, praticano la violenza, assaltano le forze dell’ordine, incendiano mezzi, devastano città, intimidiscono avversari e considerano legittimo colpire chiunque venga classificato come fascista, capitalista, sionista o nemico del popolo. Parlare di questa realtà non significa criminalizzare l’antifascismo. Significa distinguere la politica dalla violenza.Ed è precisamente questa distinzione che una certa area ideologica rifiuta di fare.

Quando la violenza viene da destra, giustamente la si denuncia senza attenuanti. Quando viene da sinistra, cominciano invece i distinguo, le analisi sociologiche, le contestualizzazioni e le giustificazioni. Il sasso contro un poliziotto diventa un gesto di rabbia sociale. La molotov diventa una forma esasperata di dissenso. L’aggressione all’avversario viene presentata come reazione comprensibile a una provocazione. E chi osa parlare di estremismo viene accusato di voler reprimere la democrazia. No. La democrazia si difende proprio impedendo che il dissenso si trasformi in violenza organizzata.

Il rischio di una rinascita di forme di terrorismo politico non consiste necessariamente nella ricomparsa identica delle Brigate Rosse, con la stessa struttura, gli stessi simboli e lo stesso linguaggio degli anni Settanta. La storia non si ripete mai in fotocopia. I fenomeni mutano, assumono nuovi nomi, sfruttano i social, si organizzano in reti più fluide, convergono temporaneamente su singole battaglie e usano cause diverse come terreno di mobilitazione.

Perciò sì, l’Italia fa bene a partecipare. Fa bene perché è un Paese occidentale. Fa bene perché è alleato degli Stati Uniti. Fa bene perché ha già conosciuto il terrorismo politico. Fa bene perché la collaborazione tra servizi di sicurezza e governi è indispensabile davanti a fenomeni che attraversano le frontiere.

E fa bene soprattutto perché uno Stato serio non rinuncia a discutere di una minaccia soltanto perché una parte politica si sente chiamata in causa. Chi non ha nulla a che vedere con la violenza non dovrebbe sentirsi offeso dalla lotta alla violenza. Dovrebbe sostenerla.

Commenti
Pubblica un commento
Non sono consentiti commenti che contengano termini violenti, discriminatori o che contravvengano alle elementari regole di netiquette. Qui le norme di comportamento per esteso.

A partire dal 23 luglio sarà necessario aggiornare la password del tuo account.
Segui la procedura guidata "Hai dimenticato la password?", tutti i dati e le informazioni del tuo profilo rimarranno invariati.

A partire dal 23 luglio sarà necessario aggiornare la password del tuo account.
Segui la procedura guidata "Hai dimenticato la password?", tutti i dati e le informazioni del tuo profilo rimarranno invariati.

Accedi
ilGiornale.it Logo Ricarica