Sui grandi laghi è già sfida tra i governatori

«Grande massa d’acqua, generalmente dolce, che occupa una depressione del suolo e non comunica direttamente col mare». Troppo facile: lago. Su questa definizione, almeno, mercoledì in «bicameralina» si sono trovati tutti d’accordo. Più complicato definire le ultime limature al decreto sul federalismo demaniale. E l’acqua, tra maggioranza e opposizione, s’è increspata quando è stato il turno dei bacini che poggiano le loro sponde su più regioni. E se per i fiumi interregionali non c’è stato nulla da fare (Adige e Tevere restano allo Stato, e pazienza soprattutto per il Po «sacro» ai padani), la Lega, altro che Piave, ha stravinto le battaglie del Garda e del Maggiore. Ebbene sì, dopo l’ok del Consiglio dei ministri la versione riveduta e corretta di uno slogan sempre caro al Carroccio, declinato stavolta nel «Garda ai gardesani», finalmente è realtà. In ogni caso, si parte da qui: come recita il testo approvato dal governo, il patrimonio idrico dei laghi che bagnano sponde di più regioni passano a quest’ultime, sempre che tra loro si raggiunga un’intesa. I laghi chiusi e privi di emissari di superficie, come quello di Albano o di Bracciano, vanno invece alle Province. Le acque del Benaco toccano Lombardia, Veneto e Trentino. Asse collaudato, quello del lombardo-veneto. Il governatore Luca Zaia lancia la fune al dirimpettaio Roberto Formigoni, ma non è per provare a chi tira più forte: «A livello turistico non esiste la regione Veneto o la regione Lombardia, ma solo il lago di Garda. Troveremo un accordo, anche con Trento - prevede fiducioso -. Il federalismo demaniale è un grande risultato», esulta il presidente leghista. Gli strizza l’occhio Formigoni: «Lavoreremo insieme, Trentino compreso, per gestire insieme questa straordinaria risorsa». Si attendono le mosse della Provincia trentina, amministrata da Lorenzo Dellai, autonomista apparentato con il centrosinistra. Il Pd nazionale bolla come una «fregatura» la rivoluzione federalista, tuttavia non sarebbe certo la prima volta che Dellai si smarca da Bersani e compagni. Il deputato della Lega e presidente della Provincia di Brescia, fino a ieri sottosegretario all’Economia, Daniele Molgora, raccoglie i frutti del pressing personale e racconta al Giornale: «Il problema maggiore è stato sottrarre allo Stato il controllo del territorio e delle sponde, oggi pressoché assente. Ora si tratterà di fare le verifiche del caso sui Comuni che in questi anni di lassismo hanno lasciato costruire in prossimità delle rive, senza far pagare le dovute concessioni. Non parlo delle ville storiche, comunque tutelate, ma di proprietà private e attività economiche. Federalismo significa sviluppo e uguale trattamento per tutti. Poi vedrete - garantisce Molgora -, non ci saranno problemi con gli accordi nell’interesse generale. E non vedo come mai la Provincia di Trento debba fare ostruzionismo». Tra l’altro, da quelle parti la questione non riguarda soltanto il maggiore bacino italiano con i suoi 370 chilometri quadrati di superficie; bisognerà mettersi a tavolino anche per la gestione del piccolo lago d’Idro, incastonato tra Lombardia e Trentino.
Stessa logica tra Piemonte e Lombardia (più Svizzera) per il lago Maggiore, «cedibile» dallo Stato solo se Cota e Formigoni troveranno il patto per la gestione. I rapporti tra Lega e Pdl, dopo quest’altro punto messo a segno in Cdm, sono sempre più saldi. Se quei «precisoni» del Canton Ticino non si mettono chissà come di traverso, anche laggiù il federalismo demaniale potrà finalmente prendere il la(r)go.

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