Uomini qualunque, se non fosse per quella ossessione che li trasforma in diapason vibranti della manipolazione. L’ossessione è quella del potere, gli uomini sono Adolf Hitler, Donald Trump e, buon ultimo nella narrazione da fuoriclasse di Stefano Massini, Vladimir Putin. Dopo «Mein Kampf» e «Donald, storia molto più che leggendaria di un Golden Man» tocca all’obliqua, inquietante figura del Presidente russo diventare protagonista dell’ultima creazione teatrale del drammaturgo toscano. «Lo zar», titolo quanto mai esplicito della piéce, approda al Teatro Strehler in prima nazionale, fino al 15 novembre. In scena, con i costumi di Elena Bianchini e il disegno luci fondamentale di Manuel Frenda, va la forse non irresistibile ascesa al potere di un uomo oscuro e non perfettamente leggibile, un ex giovane teppista di Leningrado (oggi San Pietroburgo) che, per una svolta imprevedibile della vita, entra nelle file dei servizi segreti sovietici, il famigerato Kgb, viene spedito in lunga missione in Germania Est, territorio quanto mai insidioso della Guerra Fredda, dopodiché sfrutta con la tenacia dei suoi silenzi le opportunità regalate da una Russia post-sovietica vittima del caos e del disordinato potere di Boris Eltsin. Il vincitore di 5 Tony Award (per «The Lehman Trilogy») Stefano Massini non poteva restare indifferente a una storia che, spiega lui stesso, ha raccolto dalla stessa bocca di Putin. Nel senso che «la maggior parte del racconto de Lo Zar è tratto dalla prima intervista, ricca di riferimenti autobiografici, che Putin diede alla vigilia delle elezioni del 2000, quelle in cui sarebbe salito alla carica presidenziale. Ciò che al pubblico può sembrare invenzione massima è, paradossalmente, la parte più reale: è ciò che ha raccontato lui». Poi ci sono contributi da discorsi pubblici del leader russo e conferenze alle quali il leader russo ha partecipato, senza contare i saggi storici scritti in questi anni. «Questa è, di tutte le storie che ho raccontato, la più shakespeariana. spiega Stefano Massini In certi momenti c’è qualcosa che porta a Riccardo III e a Macbeth: c’è l’ossessione del potere. Putin non è innamorato di un’idea o di un sistema: è innamorato di sé stesso - conclude Massini - Questo moderno zar ha preso una Russia che aveva scelto la democrazia, la glasnost e la perestrojka, e l’ha costretta a vivere un’emergenza permanente. Non ha creato soltanto il proprio potere: ha creato l’esigenza di un potere».

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