Prezzo del petrolio che sale, costi economici insostenibili e centinaia di navi bloccate intorno a Hormuz. La guerra in Iran e, soprattutto, l’azione di Teheran hanno disarticolato parte delle catene globali, colpendo lo Stretto più importante del mondo. Uno scenario complesso che qualcuno non solo aveva previsto, ma addirittura suggerito.
È il 2010. Braccato senza sosta dagli americani, Osama bin Laden è nel rifugio di Abbottabad, in Pakistan, e da lì scrive agli affiliati impartendo ordini.
A marzo invia una missiva ad Abd al-Rahman Ould Muhammad al-Husayn Ould Muhammad Salim, noto anche come Younis il Mauritano, responsabile delle operazioni esterne. La guerra contro gli americani, dopo gli attacchi dell’11 settembre, stava andando male: centinaia di miliziani di Al Qaeda uccisi o catturati e due conflitti, in Afghanistan e Iraq, che non fiaccavano a sufficienza il nemico americano.
Nella sua missiva Bin Laden chiede al “Mauritano” un piano che porti a «operazioni per colpire la sicurezza e l’economia dell’America e prendere di mira il petrolio». L’idea è lineare: serve un attacco alla giugulare del potere occidentale. «Il greggio è come il sangue per un essere vivente: una forte emorragia conduce alla morte». Per lo sceicco del terrore è un’operazione a cui attribuire la massima importanza. L’idea è colpire almeno il 20-30% delle linee di trasporto petrolifero per fiaccare l’economia di Washington e spingere gli americani in piazza contro l’amministrazione. A differenza dei missili iraniani, che da mesi tengono sotto tiro e colpiscono navi e petroliere, il piano originario prevedeva diversi attentati contro le navi, ricreando su scala maggiore quanto avvenuto nel 2000, quando un attacco danneggiò il cacciatorpediniere americano USS Cole nel porto di Aden, in Yemen.
«Il nostro piano», scrive Bin Laden, «consiste nell’affondare un gran numero delle enormi petroliere». Così, continua, si può innescare una «crisi petrolifera mondiale che danneggi Stati Uniti ed Europa». In pratica, quello che sta avvenendo da oltre sei mesi.
Oltre a Hormuz, Abd al-Rahman Ould Muhammad avrebbe dovuto colpire anche Algeria, Libia e Nigeria, arrivando addirittura alle petroliere in uscita dal Venezuela. Il gruppo avrebbe dovuto agire con cellule omogenee, cioè composte da miliziani della stessa nazionalità e utilizzando sia navi-spia per monitorare i flussi navali, sia mezzi imbottiti di esplosivo per gli attacchi.
Lettere successive, partite e arrivate ad Abbottabad nei mesi seguenti, hanno mostrato come Al Qaeda avesse disposto il trasferimento di Younis e dei suoi uomini in Iran per l’addestramento, inviando attraverso un facilitatore il denaro necessario. Nell’ottobre del 2010 lo sceicco Mahmud, uno dei luogotenenti dell’organizzazione, scrive a Bin Laden: «Ci siamo affrettati a organizzare il viaggio dello sceicco Younis e dei suoi fratelli verso l’Iran». Difficile che Teheran non sapesse, improbabile che non avesse preso nota.
Oggi lo sceicco Younis è in carcere, dopo essere stato catturato dai servizi pakistani nel 2011, ma i missili e le navi bloccate a Hormuz sono una realtà che morde la giugulare petrolifera del mondo.
