«Vanacore il primo a vedere il cadavere»

Doveva essere il giorno di Pietrino Vanacore. L’ex portiere di via Poma ieri mattina si sarebbe dovuto sedere sulla sedia riservata ai testimoni, giurare davanti ai giudici di dire la verità e rispondere alle domande del pm Ilaria Calò. Avrebbe anche potuto avvalersi della facoltà di non rispondere, in quanto imputato di reato connesso, essendo stato in passato accusato di favoreggiamento, ma certo questo comportamento avrebbe pesato come un macigno sulla sua già delicata posizione. Vanacore non ce l’ha fatta a sostenere il peso di questa testimonianza a vent’anni dall’omicidio di Simonetta Cesaroni. Martedì scorso si è tolto la vita. Ma di lui si è parlato lo stesso davanti alla Corte d’Assise che sta processando per la morte dell’impiegata dell’Associazione ostelli della gioventù, avvenuta il 7 agosto del 1990, il fidanzato dell’epoca, Raniero Busco.
Il pm non è voluto entrare in polemica diretta con chi in questi giorni ha accusato la magistratura di aver perseguitato Vanacore, ma ha voluto spiegare ai giudici perché la Procura continuia a nutrire dubbi sull’operato dell’ex portiere e dei suoi familiari. I magistrati che si sono susseguiti nell’inchiesta, infatti, sono sempre stati convinti che fu Vanacore il primo a scoprire il cadavere straziato da 29 coltellate, ancor prima che sul luogo del delitto arrivasse la sorella della vittima, Paola. «Entrò nell’ufficio, che aveva la porta socchiusa - sostiene la Calò - trovò il corpo senza vita e, invece di chiamare la polizia, pensando al tragico epilogo di un incontro clandestino, telefonò al presidente degli Ostelli della gioventù Francesco Caracciolo, al direttore dell’ufficio Corrado Carboni e al datore di lavoro Salvatore Volponi. Nell’ufficio dimenticò la sua agendina Lavazza, la stessa che per errore venne poi restituita dalla polizia ai familiari di Simonetta». C’è poi la questione delle chiavi a non lasciare scampo ai Vanacore. «Uno snodo fondamentale per l’inchiesta», lo definisce il pm. Perché quel mazzo con il nastrino giallo che la polizia sequestrò il giorno del delitto a Giuseppa De Luca, moglie del portiere, era il mazzo di scorta degli Ostelli, solitamente appeso a un gancetto dietro la porta dell’ufficio. Perché le chiavi erano in mano ai custodi? «Ciò spiega - osserva il pm - perché si è innescata nella portiera una serie di comportamenti anomali che hanno depistato le indagini per quasi 20 anni. Questo spiega la riluttanza della portiera a dare le chiavi alla polizia, l’agitazione di Volponi, che era stato informato di quanto avvenuto, le menzogne che Caracciolo e altri verranno in aula a chiarirci».
Il suicidio dell’ex portiere, comunque, non cambierà i piani della giuria. Il presidente della Corte Evelina Canale ha infatti ribadito che, «pur profondamente rattristata dalla tragica morte di Vanacore», non può rinunciare a sentire in aula la moglie Giuseppa e il figlio Mario. Magari più in là. Ha parlato, intanto, Luca Volponi, figlio di Salvatore, all’epoca dei fatti datore di lavoro della vittima. C’era anche lui quando fu scoperto il cadavere: «Ho sempre cercato di rimuovere, ma ho inchiodato all’orecchio l’urlo della sorella di Simonetta quando vide il corpo senza vita». Il 7 aprile tocca al padre. Ieri ha presentato un certificato medico per giustificare la sua assenza.

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