Le vanità del Professore

RomaStai a vedere che a Romano Prodi, più che lo sgabello da leader del centrosinistra, fa gola una super poltrona in azienda. Magari quella del manager più in vista e potente del Paese, l’amministratore delegato della Fiat. Perché se in questi due anni il Professore è stato avaro di suggerimenti al suo Pd, ieri a Sergio Marchionne gliene ha cantate quattro. «Oggi lui lancia le stesse urla che lanciavamo noi», ha detto in un colloquio al Corsera. E non suona tanto come un attestato di solidarietà al manager italo canadese. Non sembra nemmeno che Prodi voglia sottoscrivere il recente sfogo di Marchionne. La traduzione del pensiero prodiano potrebbe essere: fabbriche con picchi di assenteismo nel meridione? Noi, amministratori dell’Iri, ci eravamo arrivati 24 anni fa quando l’Alfa Romeo, e quindi Pomigliano, era un problema nostro. Sindacati che mettono a rischio investimenti? Noi, vituperati vertici del capitalismo di Stato morente, avevano capito tutto. Ed è anche per questo che abbiamo venduto l’Alfa Romeo alla Fiat.
A Marchionne, insomma, sarebbe bastato rileggere i giornali degli anni Ottanta per capire che le auto dello stabilimento campano di Alfa Romeo passato alla Casa torinese, già allora non erano il massimo. «Avevano un problema di vernice».
Se Marchionne cade dal pero, lui, invece, no. Dal suo ritiro bolognese si informa e capisce che i guai di Pomigliano sono rimasti gli stessi. «Quote di mercato non buone», dei modelli che escono da lì. Magari si tratta di «un problema passeggero causato dall’intervallo fra i modelli attuali e quelli nuovi. In questi giorni ho chiesto spiegazioni e c’è chi dice che si tratta di una questione temporanea. Confidiamo che si risolva, ma il problema della produttività indubbiamente esiste».
La stilettata più evidente a Marchionne riguarda proprio l’efficienza di Pomigliano e l’assenteismo. «Nessuno sembra rammentare che qualche anno fa Marchionne fece un esperimento per riorganizzare lo stabilimento: lo chiuse per un paio di mesi allo scopo di risistemare tutto. Trovai la cosa molto utile, seria e intelligente. Poi però non si è saputo nulla dell’esito di quell’esperimento che doveva servire a ristrutturare la testa della gente. Non se n’è mai più parlato. Se però tre anni dopo siamo allo stesso punto...». Ma perché siamo sempre lì? «Lo chieda a Marchionne», risponde a Sergio Rizzo. Anche in questo caso c’è un po’ di perfidia democristiana e si capisce che vuole dire un’altra cosa: la colpa dei problemi è di chi non riesce a risolverli.
Lui, invece, nel 1986, i problemi li risolse. Vendere l’Alfa Romeo era inevitabile. Darla alla Fiat invece che a Ford, rivendica l’ex premier, «non fu una scelta politica». Il fatto è che «le condizioni offerte dalla Fiat erano migliori». Lui avvertì i manager americani che se la Fiat fosse scesa in campo per l’acquisizione avrebbe avuto dalla sua «i sindacati, i vescovi, il Paese intero». Ma loro niente, non aumentarono l’offerta. Altro che Marchionne, insomma. Meglio i manager Iri. «Gente seria. La storia li sta rivalutando. Alla fine l’Iri aveva prodotto un management che era il migliore, verrà riconosciuto».

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