Una mattina di inizio luglio come tante altre quella di ieri, di quelle in cui la città sembra ancora mezza addormentata e il quartiere di San Siro conserva una quiete quasi provinciale. Poco prima delle 7.30 in via Capecelatro, proprio all'angolo con via Paravia Gerardo P., un tranquillo 55enne residente nel vicino quartiere Giambellino, sta chiacchierando serenamente davanti ai tavolini del bar "La Giada". Parla con suo padre, seduto su una sedia, e con alcuni clienti abituali. Un momento ordinario, di quelli che si ripetono da anni nello stesso angolo di strada. Un caffè, quattro chiacchiere, la vita che scorre lenta prima che il caldo estivo diventi opprimente.
Poi, dal nulla, arriva un ragazzo vestito completamente di scuro. Cappuccio calato sulla fronte e volto parzialmente coperto da una mascherina o uno scaldacollo, sbuca camminando con passo tranquillo da via Paravia. Si chiama Lamin Saidilly, ha 22 anni, è nato in Italia a Conegliano Veneto (TV) da genitori di origini gambiane. Impugna un coltello con una lama di sette centimetri. Senza una parola, senza uno sguardo, senza il minimo preavviso, si avventa alle spalle di Gerardo e inizia a colpire con una furia cieca.
Venti fendenti. Venti. Alla schiena e all'addome. Un attacco feroce, metodico, apparentemente senza fine.
Il sangue macchia rapidamente il marciapiede. Il padre di Gerardo, anziano ma mosso da un istinto primordiale, si alza di scatto per difendere il figlio. Pochi secondi dopo altri clienti accorrono in suo aiuto. Tra loro due uomini egiziani: uno strappa con coraggio il coltello dalle mani dell'aggressore, l'altro Sobhi Rezk Azzam, muratore di 38 anni arrivato in Italia tre anni fa si lancia sul giovane buttandolo a terra e immobilizzandolo con forza fino all'arrivo delle "Volanti" della questura.
"A terra era pieno di sangue, mi sono buttato addosso", ha raccontato Sobhi con la lucidità di chi ha agito senza pensarci due volte. "Lui non parlava, non diceva niente. Era come assente".
Gerardo P. viene immediatamente soccorso e trasportato in codice rosso all'ospedale Niguarda. I medici si stanno battendo contro ferite gravissime: lesioni profonde a polmone e fegato. La sua vita è appesa a un filo. Sposato, con una figlia, incensurato, l'uomo rappresenta oggi il simbolo di una violenza improvvisa e incomprensibile.
Ciò che colpisce di più in questa storia è l'assenza totale di un movente. Gli inquirenti hanno verificato ogni dettaglio disponibile: tra la vittima e l'aggressore non esisteva alcun legame. Non si conoscevano, non si erano mai visti prima di quel tragico istante. Nessuna lite, nessuna ruggine precedente, nessuna spiegazione razionale. Solo un attacco improvviso e feroce alle spalle di un uomo che stava semplicemente parlando con suo padre.
Saidilly, fermato poco dopo con l'accusa di tentato omicidio, è stato bloccato grazie al coraggio collettivo di comuni cittadini.
I suoi familiari, rintracciati rapidamente dalla questura, hanno escluso che fosse seguito per problemi psichiatrici o che avesse mai ricevuto cure specifiche. Resta però un interrogativo pesante che aleggia sull'intera vicenda: cosa può spingere un ragazzo di 22 anni a trasformarsi in un'arma ambulante in una tranquilla mattina di luglio?