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Allarme sanitario

Avorio, bile d’orso e scaglie di pangolino: il commercio oscuro che può innescare una crisi globale

Dal Laos alla Thailandia, il traffico di specie protette alimenta un mercato miliardario e moltiplica il rischio di spillover, epidemie e nuove pandemie

Pechino vieta l'uso del pangolino nella medicina tradizionale cinese

Avorio di elefante, ossa di tigre, corna di cervo, pelle di serpente, pinne di squalo. E ancora: cistifellea e bile d’orso, teste di bucero, cuccioli di tigre, lucertole, tartarughe e le pregatissime (e richiestissime) scaglie di pangolino. Questa è solo una piccola parte della lunga lista degli orrori che alimenta il traffico illegale di fauna selvatica nel Sud Est Asiatico, un mercato nero che vale tra gli 8 e i 10 miliardi di dollari all’anno e che continua a crescere nell’ombra, spinto da una domanda sempre più elevata di animali vivi e dei loro derivati. Gli ultimi sequestri effettuati dalle autorità lungo i confini di Laos e Thailandia hanno portato alla luce un fiorente commercio regionale che, oltre a compromettere l’esistenza di bestiole a rischio estinzione, rischia di scatenare crisi sanitarie su larga scala. I pangolini, per esempio, sono portatori naturali di alcuni tipi di coronavirus simili a quelli che infettano l’essere umano. Il contatto stretto e innaturale tra specie diverse nei mercati facilita le mutazioni virali che permettono ai patogeni di passare dagli animali all’uomo, mentre il loro spostamento su scala internazionale aggrava l’eventuale diffusione incontrollata di potenziali agenti infettivi.

Il mercato nero degli animali in via di estinzione

Nelle province di Luang Prabang e Champasak, in Laos, la Rete laotiana per il contrasto alla fauna selvatica ha scoperto 60 chilogrammi di prodotti illegali derivati da animali in via di estinzione. I media locali hanno parlato di oggetti simili all’avorio, vesciche biliari, scaglie di pangolino (ancora loro) e corni di rinoceronte, oltre a scatole contenenti polvere di pelle di elefante e tubetti di medicinali a base di erbe. Pochi giorni c’è stata un’altra sorpresa. Già, perché le stesse autorità hanno intercettato carichi di animali selvatici vivi al checkpoint di Vang Tao che collega Ubon Ratchathani con la Thailandia.

L’Ufficio delle Nazioni Unite contro la droga e il crimine (UNODC), nel suo ultimo Rapporto mondiale sui crimini contro la fauna selvatica, ha scritto che il “nonostante due decenni di azioni concertate a livello internazionale e nazionale il traffico di specie selvatiche persiste in tutto il mondo”. Il fattore chiave che facilità simili attività? La corruzione. Alla base del fenomeno c’è però anche una domanda ampia, generata da motivazioni molto diverse. Se in alcune comunità rurali la carne di animali selvatici rappresenta ancora un’importante fonte di proteine, all’estremo opposto troviamo una fascia di consumatori benestanti che la considera una prelibatezza esclusiva e uno status symbol. Bisogna poi aggiungere altri due fattori: il mercato di trofei, oggetti da collezione, accessori in pelle, pellicce, nonché degli animali esotici contrabbandati come animali da compagnia, e la Medicina Tradizionale Cinese, che impiega ingredienti di origine vegetale, animale e minerale per trattare diverse patologie.

Laos: l’epicentro del Black Market

Il Laos si trova in una posizione geograficamente strategica per le reti di trafficanti dedite al commercio illecito di animali selvatici e derivati. Parliamo infatti di un Paese incastonato nel Sud Est Asiatico, confinante con Cambogia, Cina, Myanmar, Thailandia e Vietnam, e per questo in grado sia di intercettare la domanda di normalissimi turisti e viaggiatori, sia di favorire l’operato oscuro di bande senza scrupoli.

Il Guardian ha appena realizzato un reportage sul campo spiegando di aver visitato negozi all’apparenza innocui ma in realtà parte integrante di una oliatissima rete criminale. A prima vista vendono cianfrusaglia per turisti, tè pregiato, sigarette e souvenir. Dietro al bancone, o al piano superiore, offrono però prodotti immorali se non illegali. Molte strutture si presentano come centri culturali per turisti cinesi, spesso pesantemente sorvegliati, con robusti cancelli elettrici e telecamere a circuito chiuso. Sui social d’oltre Muraglia, tra l’altro, sono diffusi video di turisti che ostentano i loro acquisti illegali effettuati in Laos e persino mentre mangiano carne di pangolino.

A far aumentare il giro d’affari troviamo le recenti infrastrutture che collegano il Paese alla Cina. La ferrovia Laos-Cina, completata nel 2021, si estende per oltre 965 km dalla città cinese di Kunming alla capitale laotiana Vientiane. Ha trasportato più di 73 milioni di passeggeri dalla sua apertura, e i suoi treni hanno reso possibile viaggiare rapidamente (ed economicamente) tra i due Paesi rendendo il Laos una destinazione attraente per i turisti cinesi e portando a un’impennata di viaggi di gruppo a basso costo.

Allarme pangolino

Il commercio nero di animali selvatici rappresenta una doppia crisi globale. Da un lato devasta interi habitat naturali ed ecosistemi, portando sull’orlo dell’estinzione intere specie; dall’altro incrementa il rischio di ipotetici spillover tra bestiole ed essere umano. Il motivo è presto detto: più specie selvatiche vengono catturate, trasportate e tenute a stretto contatto con le persone, maggiori sono le opportunità che nuovi patogeni si adattino all’organismo umano e diano origine a epidemie o, nei casi peggiori, a pandemie.

Il pangolino è tra i più braccati, ricercati, richiesti. Negli ultimi dieci anni ne sono stati uccisi illegalmente oltre un milione. Si tratta di un numero superiore a quello di rinoceronti, elefanti e tigri messi insieme. Ma perché tutti vogliono il pangolino? C’entra il commercio delle loro scaglie, molto apprezzate nella Medicina Tradizionale Cinese, e la loro carne, consumata come status symbol. Sono gli unici mammiferi ad essere ricoperti esclusivamente di scaglie di cheratina. Non hanno denti e, quando minacciati, si raggomitolano a palla per proteggersi dai predatori rendendoli facili prede per l’uomo. Le stime parlano chiaro: viene catturato un esemplare di pangolino quasi ogni tre minuti.

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