"Butterfly" di difficile esecuzione e priva dell'"Addio, fiorito asil"

La scelta di Chailly di eseguire la versione originale del 1904 comporta uno sforzo ulteriore per i cantanti e tagli a brani famosi

Per capire un po' più a fondo cosa il pubblico in sala e in diretta televisiva vedrà stasera nell'inaugurazione della stagione 2016-17 del Teatro alla Scala, sono preziose le note di regia, pubblicate nel programma di sala a firma di Olivier Lexa (un drammaturgo documentato e con le idee chiare). Questi sottolinea come affrontare questo nuovo allestimento di Madama Butterfly, «ridando vita alla versione originale dell'opera nel teatro dove la sua creazione provocò un tale fiasco che fu deciso di cancellare tutte le recite seguenti, rappresenti una scommessa coraggiosa».

Siamo d'accordo sul carattere spregiudicato di questa scelta, soprattutto nell'ambiente teatrale dove la superstizione ha un peso ragguardevole (ci vollero ventuno anni perché il titolo di Giacomo Puccini tornasse alla Scala, mentre girava già tutto il mondo), sempre non confondendo informazione musicologica e piano interpretativo. Un conto è il sacrosanto lavoro degli studiosi sui testi (la ricerca di fonti e materiali epistolari, la pubblicazione di varianti e versioni) e un conto è il lavoro degli interpreti che da quel testo devono partire per «interpretare», ognuno portando il proprio contributo personale di sensibilità.

La legittima curiosità di sentire qualcosa di diverso non può sostituire il decisivo e vivificante apporto degli esecutori, i quali vanno giudicati come tali e possono essere più o meno bravi a prescindere dalla loro informazione musicologica. La scelta compiuta da Riccardo Chailly di eseguire la prima versione implica il ricorso a cantanti disposti a «riaprire» tagli o a non cantare brani famosi (come nel nostro caso il celebre tenorile Addio, fiorito asil), obblighi che molti artisti di cartello non gradiscono. Per Maria José Siri (Butterfly), Brian Hymel (Pinkerton) e lo sperimentato Carlos Alvarez (il console americano Sharpless), affrontare la Prima della Scala, comporta un dispendio di energie psico-fisiche extra, giocandosi per alcuni di loro nell'esito della serata una buona fetta del futuro della loro carriera.

Riccardo Chailly sostiene che la quarta e ultima versione di Madama Butterfly non rispecchi la definitiva volontà dell'autore (citando a supporto la riapertura di piccoli tagli per una ripresa al Carcano di Milano nel 1920). Chi vi scrive pensa si tratti di un caso in cui la volontà revisoria dell'autore sia chiarificatrice. Comunque l'ascolto è sempre foriero di suggestioni e a posteriori potremo capire meglio il peso di questo ripescaggio.

Intanto è utile segnalare dopo tante inaugurazioni in cui il soggetto è stato stravolto, oscurato, e anche vilipeso, come per questa inaugurazione il regista Alvis Hermanis abbia intenzioni contrarie, e per questo, decisamente apprezzabili. Le aspettative sono alte, visti i precedenti di Hermanis alla Scala, il quale vanta già due spettacoli: la magnifica prova attoriale e corale dei Soldaten di Bernd A. Zimmermann e la poco ispirata messa in scena dei Due Foscari di Verdi. Al centro della sua lettura di Madama Butterfly c'è un lavoro documentario sul teatro giapponese, in particolare sul teatro kabuki, che «offre una retorica fisica e gestuale che sottolinea l'espressione e il senso del testo, arricchendo il ritmo dell'azione teatrale. Ogni protagonista, ogni cantante del coro, ogni ballerina diviene un'opera d'arte in movimento, un pupazzo animato dal suo destino».

Un altro aspetto importante non sfuggito a Hermanis è il violento contrasto fra culture diverse, gli americani e i giapponesi, innestato su una denuncia «di una forma particolarmente iniqua di colonizzazione. Nel 1904 la guerra russo-giapponese produsse negli europei un movimento di simpatia nei confronti del Giappone. Questo conflitto ricordava la guerra ispanico-americana del 1898, quando con il pretesto di promuovere la democrazia, gli americani annessero le Filippine e l'isola di Guam e sottomisero Cuba e Porto Rico, trasformando i Caraibi in un ampio bordello». Un po' più preoccupante l'annuncio che sul palcoscenico, Cio-Cio-San sia «interpretata da due donne: la ballerina e la cantante». Una preoccupazione nata dal ricorso al non nuovo espediente dei «doppi» brechtiani, visto in tempi recenti nella disastrosa apertura con Carmen per la regia di Emma Dante. Chiarisce Lexa: «un duplice livello di lettura (...), sottolineato dalla presenza delle dodici ballerine-geishe ideate dal regista, che articolano l'universo estetico e gestuale del Kabuki, simboleggiando anime caratteristiche del mondo del sogno e dell'aldilà, e svolgeranno un ruolo importante anche alla fine del dramma. Con Madama Butterfly, siamo agli antipodi del realismo, tra verità e mistificazione».

Il mondo giapponese e l'universo fragile di Cio-Cio-San (la farfalla, Butterfly) è sottolineato nelle scene (dovute a Hermanis con la collaborazione di Leila Fteita) dalla «carta di riso dei pannelli scorrevoli rappresentativi della casa tradizionale giapponese (...), dalla luce e da colori particolarmente teneri e sottili che evocano l'acquerello e sono presenti nelle riproduzioni di grande formato dei ritratti ispirati alle stampe giapponesi tradizionali». Non rimane che attendere l'alzata di sipario della «tragedia giapponese» di Madama Butterfly, sedotta e abbandonata, per fede imperturbata e immensa cecità d'amore.

Commenti
Ritratto di marco piccardi

marco piccardi

Mer, 07/12/2016 - 18:43

ovvero la storia di renzi e boschi