Se vince il No via l'Italicum Anche senza crisi di governo

La legge elettorale va cambiata ma Renzi, soprattutto in caso di sconfitta di misura, potrebbe restare premier

Anna Maria Greco

Roma Le congetture si gonfiano, nel silenzio che precede il voto. Si dice che la bocciatura della riforma sarà la fine, per Matteo Renzi e per il suo governo. Che si andrà alle elezioni e il M5S o il centrodestra avranno la loro chance di governare il Paese. Ma non è così semplice. La verità è che a stabilire i contorni dello scenario politico, se prevarrà il No, sarà soprattutto l'entità di questa vittoria.

In tutti i casi, il premier prenderà la strada del Colle per incontrare l'arbitro Sergio Mattarella. Bisognerà vedere se dal capo dello Stato salirà schiacciato da una valanga di voti contrari alla sua riforma costituzionale o almeno da uno scarto considerevole sui Sì dei favorevoli alla legge Boschi, oppure se il distacco tra i due fronti non sarà così netto.

Perché nel primo e nel secondo caso il premier avrà probabilmente tra le mani le dimissioni, come ha sempre preannunciato pur con le ultime caute marce indietro, e si aprirà lo scenario numero 1, con Mattarella che incarica qualcun altro di formare un governo tecnico, istituzionale, di scopo o come lo si vorrà chiamare, per fare innanzitutto una nuova legge elettorale (l'Italicum, infatti, è pensato per una sola Camera, visto che nella riforma Boschi il Senato non viene eletto direttamente dai cittadini).

Solo quando le regole del voto saranno fissate si potrà andare alle elezioni e le previsioni parlano di un anno, un anno e mezzo. Ma prima, molto prima, si capirà quali saranno i nuovi schieramenti e se non disgregheranno i vecchi.

E si vedranno anche gli effetti del contrario voto in casa Pd. Renzi potrebbe lasciare la politica, per non «galleggiare» come ha detto lui e ha ricordato Silvio Berlusconi, ma anche rimanere segretario. Però in questo caso dovrebbe vedersela non solo con la minoranza dem che gli ha sempre messo i bastoni tra le ruote e con i suoi nemici giurati, da Pier Luigi Bersani a Massimo D'Alema ma forse anche con qualche ex amico ed ex ministro, da Enrico Franceschini ad Andrea Orlando, che potrebbero prenderne le distanze e indicarlo con agli altri come il responsabile della catastrofe.

Nel terzo caso, invece, quello di una vittoria non schiacciante dei No, Renzi potrebbe non essere convinto della necessità di lasciare Palazzo Chigi. Lo raccontano i distinguo fatti dal suo ministro Graziano Delrio, sull'eventualità di «consegnare la sua disponibilità a Mattarella», in caso di bocciatura della riforma, che non si traduce come qualche giornalista ha fatto in «dimissioni» tout court. E allora, se il leader Pd decidesse con l'avallo del presidente della Repubblica, di tornare in parlamento per verificare se ancora ha una maggioranza, magari diversa da quella precedente, che cosa succederebbe?

Una annotazione terra terra: bisogna ricordare che solo a settembre 2017 circa 600 parlamentari di prima nomina, un po' di tutti i partiti, matureranno il diritto alla pensione. Tutta gente che ha un interesse personale a far galleggiare un governo di transizione e a non andare alle elezioni, perdendo questo vantaggio. Tutta gente che, trasversalmente, potrebbe sostenere Renzi in un altro tentativo di governo.

Anche i leader delle opposizioni, per motivi diversi, potrebbero appoggiare temporaneamente il nuovo esecutivo messo insieme da Renzi. Se non Beppe Grillo e i suoi, che hanno sempre rifiutato alleanze di ogni tipo, forse il centrodestra di Berlusconi, sulla strada di un nuovo Patto del Nazareno, ma a questo punto distinto dalla Lega di Matteo Salvini e pure da Fdi di Giorgia Meloni.

Insomma, la fine del premier rottamatore potrebbe non essere decisa da un No qualsiasi. E le alchimie politiche potrebbero riservarci sorprese. Previste o anche no.