È dai tempi di Self-Help, la prima raccolta uscita nel 1985, che Lorrie Moore è considerata una delle regine americane del racconto. Uno, Lei è anche bruttarello, nel 1999 è anche stato inserito da John Updike nell’antologia The Best American Short Stories of the Century: è proprio la storia che chiude la raccolta di Tutti i racconti che La nave di Teseo ha appena pubblicato (pagg. 982, euro 32; Lorrie Moore la presenterà al Festivaletteratura di Mantova domani). Infatti il volume non è in ordine cronologico, bensì alfabetico...
Lorrie Moore, come mai ha scelto questo criterio inusuale?
«Amo mettere le cose in ordine alfabetico e fingere di essere una bibliotecaria. E poi non volevo dare una architettura cronologica o biografica alla raccolta, che sicuramente esiste, ma che il lettore può ricostruire da solo... È una specie di viaggio nel tempo».
Come ha cominciato a scrivere racconti?
«Credo sia stato il genere che ci siamo abituati a leggere per primo, da bambini: è, allo stesso tempo, una forma da apprendista e una bellissima forma fatta e finita, vicina alla combinazione fra una canzone e un’opera teatrale».
È il suo modo di espressione preferito?
«Quando si è immersi profondamente in un romanzo non si riesce a pensare ad altro. Però proprio in questo momento sto di nuovo lavorando a dei racconti e amo i loro mondi in miniatura, la concentrazione sul dilemma di un personaggio, l’attenzione al linguaggio che si può prestare in una storia».
Qual è la differenza rispetto a scrivere romanzi?
«Ci si perde molto di più a scrivere romanzi, mentre non ci si può permettere di perdersi troppo in un racconto: si ha una specie di missione fulminea e bisogna tenerlo a mente».
Che cosa è più difficile?
«Per scrivere un romanzo servono anni; per una storia, fra sei settimane e un anno. Certo, se misuriamo la difficoltà in base al tempo impiegato».
Ha qualche modello?
«Nessuno, tranne la storia che è nella mia testa; poi, la cosa che viene scritta ci si approssima, o è un facsimile. Diciamo che una spera di non essere didattica, e i russi, Cechov, Nabokov, Tolstoj, sono bravissimi in questo, nel registrare le ambiguità dell’esistenza umana all’interno di una società o di una comunità. Poi ammiro enormemente le strutture audaci dei racconti di Alice Munro, il dramma vitale di Boccaccio e la commedia surreale di Donald Barthelme».
E Flannery O’Connor, che è citata nelle sue storie?
«O’Connor ha uno stile magnifico, non abbastanza apprezzato. Ci si concentra così tanto sul suo cattolicesimo che qualche volta non si notano le sue frasi, ma lei scrive con una economia e un impeto eccezionali, descrizioni veloci, humour e profondità».
A proposito di humour, è una delle caratteristiche per le quali è più elogiata.
«L’ironia e l’umorismo sono lì nel mondo e aspettano solo di essere messi per iscritto: basta accorgersene, ma forse accorgersene è tutto».
È nata nello Stato di New York e si è trasferita da giovane nella Grande mela. Che cosa ha rappresentato New York per lei come scrittrice?
«Non abito più a New York. Ho fatto avanti e indietro con il Midwest per oltre quarant’anni e ormai mi divido fra il Wisconsin e Nashville. Per me New York è stata la fuga dalla provincia, il che negli anni ’70 significava scappare in una terra di film e cibo internazionali, librerie meravigliose e tanto camminare. Oggi, uno può guardare i film in streaming a casa propria, molte librerie hanno chiuso e il cibo a New York è diventato troppo costoso. Resta il camminare. Però io riesco a scrivere di New York solo quando sono da qualche altra parte».
Perché ci sono così tante persone divorziate nelle sue storie?
«È una condizione molto comune negli Stati Uniti e, proprio perché è così diffusa, credo che gli americani non si rendano conto appieno di quanto possa essere devastante dal punto di vista esistenziale: è una specie di morte, e gli scrittori si occupano sempre di morte».
E la musica, anch’essa sempre presente?
«È una parte così importante della vita che, spesso, non posso pensare ai miei personaggi senza immaginare un po’ di musica per loro; però poi tocca alla prosa essere quella musica: l’incisione della loro coscienza».
Ha una routine?
«La mia routine prevede soprattutto caffè. A parte questo, improvviso».
