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Letteratura

Così Metternich il mediatore sfidò Napoleone, il dio della guerra

Giovanni Iudica mette sotto esame l’incontro diplomatico di Dresda del 1813 in cui lo statista e l’imperatore si affrontarono

Metternich

Nel giugno del 1813, quando Napoleone, imperatore dei francesi, e il principe von Metternich, ministro degli Esteri dell’imperatore d’Austria, si incontrarono a Dresda, in Sassonia, il primo aveva quarantaquattro anni e dettato legge in Europa per più di un decennio. Se, con lo storico novecentesco François Furet si può dire che «la Rivoluzione in Francia non ha amato la vecchiaia», vista l’età dei suoi principali protagonisti, si può ragionevolmente sostenere anche l’opposto, dato lo scempio di giovinezze che si portò dietro, accelerando, comprimendo e bruciando vite senza nemmeno dar loro il tempo di un sospiro: quarant’anni e sono già tutti morti, chi da poco, chi da molto, eccezion fatta per Marat, arrivato sulla soglia dei cinquanta, ma solo perché la sua data di nascita lo collocava più profondamente in quell’Ancien Régime in cui in realtà aveva trascorso tutta la sua vita. Fra questa e il pugnale di Charlotte Corday che gliela toglie, la Rivoluzione non gli concede che il misero spazio di un triennio. Altrettanto paradossalmente, chi quella soglia la supera, sia pur di poco, è la stessa persona che aveva fatto coincidere la fine della Rivoluzione con il colpo di Stato che a trent’anni lo incorona primo console: Napoleone, appunto. A quarantasei però ha già perso tutto, l’esilio come tomba, un morto che cammina nel nulla di un’isola fatta di niente. Più che a Furet bisognerebbe dar ragione alla scrittrice ottocentesca Geroge Sand: «È la Rivoluzione che ha portato la vecchiaia nel mondo», visi febbrili e fisici usurati, rictus, nevrosi, senilità anzi tempo di chi si ritrova a giocare con la vita altrui quando ancora non sa bene come comportarsi con la propria.

È interessante notare però che Metternich, l’emblema stesso della Controrivoluzione, l’artefice di quel Congresso di Vienna che di lì a poco segna e sogna un ritorno all’antico, trono e altare, sovrani e sudditi, tutto insomma all’insegna del «com’era, dov’era», all’epoca di quell’incontro ha quarant’anni, pochi per un ministero degli Esteri, pochissimi se rapportati alla nazione, anzi, all’impero di cui è il rappresentante politico, quell’Austria che proprio la Rivoluzione ha scosso sin dalle fondamenta, imponendole un’accelerazione e insieme un ringiovanimento. Del resto, è un po’ un figlio d’arte cresciuto in fretta: a 22 anni ha sposato la nipote del cancellerie dell’impero von Kaunitz, a 24 fa già parte, al seguito di suo padre, della delegazione austriaca al congresso di Rastadt, quello che deve ratificare il precedente Trattato di Campoformio che si accinge a ridisegnare la geografia dell’Italia...

Quell’1813 in cui i due si incontrano è un anno nel quale, apparentemente, tutto è ancora in bilico e l’Austria potrebbe essere la potenza decisiva sia per far pendere la bilancia del mondo da uno dei due lati, la Francia o le potenze della Coalizione, Russia, Prussia, Gran Bretagna, sia per mantenere un equilibrio per quanto precario esso possa rivelarsi. È un mediatore quello che Napoleone sta in quel momento cercando, reduce dall’immane disastro in Russia, ma fresco di una serie di vittorie nei campi di battaglia prussiani, a Lützen, a Bautzen, a Dresda... Non sa però quanto e se Metternich possa e voglia essere l’uomo di cui ha bisogno. Ed è per questo che lo ha invitato. In fin dei conti, l’imperatore d’Austria è pur sempre suo suocero, avendone sposato la figlia, Maria Luigia, e proprio Metternich è stato l’artefice di quel matrimonio...

Il risultato di quell’incontro, nove ore di colloquio, un record se non nella storia diplomatica, di certo in quella di Napoleone, di cui sono note l’impazienza, le decisioni tanto rapide quanto improvvise, è al centro del libro di Giovanni Iudica Metternich e Napoleone. Lo statista e il piccolo caporale (La Vita felice, 135 pagine, 14 euro). Iudica è un civilista di lungo corso, uno di quei giuristi colti di cui si è ormai perso lo stampo... Qui ha fatto un’operazione interessante, che da un lato ha a che fare con la sapienza investigativa e dall’altro con l’approfondimento piscologico. Di quelle nove ore di colloquio, noi conosciamo infatti i punti salienti, tramandatici da ambedue le parti in causa, le richieste di Metternich per un ritiro della Francia nei suoi confini naturali come base di partenza di ogni possibile trattativa di pace, i dinieghi veementi di Napoleone al riguardo, conditi di insulti allo stesso Metternich («Quanto vi ha dato l’Inghilterra per convincervi a farmi la guerra?»), il coup de theatre di quest’ultimo nel congedarsi: «Voi siete perduto, Sire. Ne avevo il presentimento venendo qui, ora che me ne vado ne ho la certezza...».

Ciò che però non sappiamo, e che Iudica ricostruisce attraverso deduzioni, illazioni, valutazioni, come lui stesso dice, «di mera possibilità o forse di probabilità», è che cosa i due in quel colloquio così lungo e così intenso si siano detti mentre sempre più si andavano rendendo conto che il loro era un dialogo fra sordi... Giustamente Iudica lascia a Napoleone la parte principale in quella che è dopotutto una rappresentazione scenica o, se si vuole, un gioco di seduzione. Metternich, naturalmente, è un attore di grande talento, talmente abituato a dissimulare il suo pensiero «che non si può mai sapere a che punto si sia con lui», ma l’altro è un mattatore, uno che oltretutto si è formato sui campi di battaglia, sul contatto diretto con i soldati e di tutto questo il primo è perfettamente consapevole: «Non poteva trattenersi dal fare un paragone tra il suo imperatore, un brav’uomo, di grande tradizione, di altissimo lignaggio, al quale aveva giurato fedeltà, e questo giacobino malvestito e grassoccio, che emanava carisma e fascino fa tutte le parti, dal suo mitico feltro nero alle punte inzaccherate dei suoi stivali, così come un santo emana attorno a sé un’aureola e un profumo di sacralità». È molto probabile, insomma, che in quelle nove ore Napoleone abbia raccontato, ricordato, polemizzato e Metternich abbia ascoltato spesso assentito, a volte interloquito e sostanzialmente dissentito. Iudica coglie un punto importante quando nota che in fondo quest’ultimo «si sentiva intimamente estraneo a quel progetto di società che con tanta passione Napoleone gli stava illustrando. Pensava di essere nato in un’epoca sbagliata. Per sentirsi a proprio agio sarebbe dovuto nascere almeno duecento anni prima». È sua del resto quella frase sull’’Italia come «nient’altro che un’espressione geografica» destinata nel giro di nemmeno un decennio a rivoltarglisi contro...

Sotto questo aspetto, Napoleone rappresenta il futuro tanto quanto Metternich simboleggia il passato. È tuttavia un futuro troppo aperto perché il primo se lo possa intestare ed è proprio questo che sta alla base della sua caduta rovinosa. Ha costruito un impero che non ha fondamenta, se non le sabbie mobili della sua famiglia, e per tenerlo in piedi non può che alzare ogni volta la posta: è la guerra che lo tiene in vita, non la pace, è la mancanza del senso del limite a perderlo. In questo Metternich ha ragione: «Una volta consumata questa generazione, chiamerete alle armi la generazione successiva?». Detto in altri termini, sarebbe arrivato il giorno in cui i regnanti europei sarebbero stati «stufi di perdere» e i francesi «stanchi di vincere»...

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