Leggi il settimanale
Aggiornato alle ore 08:25
Letteratura

Così è sorto il lato sexy del Paese del Sol Levante

“Vita sexualis” di Mori Ogai è un classico della letteratura erotica all’ombra del monte Fuji. Scritto e pubblicato nel 1909 ha ispirato anche Yukio Mishima

Erotismo giapponese

Un racconto per riflessi e nascondimenti, quello di Mori gai in Vita Sexualis (Luni Editrice, pagg. 192, euro 20), a cominciare dalla scelta di un alter ego, Kanai Shizuka, per raccontare le prime esperienze di desiderio, prima ancora che di vita, sessuale dell’autore.

Nel libro si ricorre all’espediente letterario del manoscritto (ulteriore gioco di specchi), vergato col pennello per gli ideogrammi, in prima persona, da Kanai kun (il suffisso kun, usato per esprimere familiarità, avvicina ulteriormente il narratore gai al suo alter ego): il proposito dichiarato è quello di educare il figlio. Al termine del manoscritto, gai riprende la parola: «Terminata la rilettura Kanai-kun si è chiesto se il suo manoscritto potesse mai essere pubblicato. Sarà dura, si è detto». Lo scaffale della libreria è la destinazione dove l’alter ego mostra di buttare il manoscritto, rinunciando persino all’intento educativo paterno. Il libro, quello di gai, vede in realtà la prima pubblicazione nel 1909. Siamo in epoca Meiji, contraddistinta da un processo di forte modernizzazione e occidentalizzazione del Giappone, ma pervasa da un altrettanto forte puritanesimo, come denuncia l’autore che fu anche medico militare inviato dallo Stato in Germania dove si specializzò in igiene.

La collana Arcipelago Giappone di Luni, con il suo fondatore Matteo Luteriani, ha il merito di pubblicare per la prima volta in italiano Vita sexualis di gai, considerato uno dei pionieri della letteratura giapponese moderna, anche con quest’opera che, tra l’altro, ispirò sessant’anni dopo Confessioni di una maschera di Yukio Mishima. Lo si legge nella pregevole postfazione dei traduttori e curatori Gianmarco Farese e Toshiki Okutani, cui va pure il merito di annotazioni a piè pagina ricche di informazioni su riferimenti letterari e scientifici, sugli usi e costumi dell’epoca e chiarimenti lessicali: l’autore dovette inserire molti termini tedeschi, francesi e latini, oltre che ricorrere a neologismi, ma anche laddove i termini sono tradotti, i curatori inseriscono affascinanti dettagli. Uno per tutti: scopriamo che i libri proibiti, con esplicite immagini sessuali, venivano venduti sulle bancarelle con una «fascetta di carta» a proteggerne il contenuto (e anche a dichiararlo quasi come uno strillo!): in nota, i curatori specificano che si tratta dell’obifu, «come un obi di un kimono». Un’ulteriore immagine di nascondimento che collega la letteratura alla seduzione di una accennata svestizione. A conferma, anche quanto gai scrive in apertura, prima di cedere la parola al suo alter ego, che scopriamo essere professore di filosofia, dove racconta del libro del filosofo Wilhelm Jerusalem prestatogli da uno studente: «Man mano che procedeva nella lettura, è rimasto particolarmente colpito da quanto ha letto nel capitolo relativo all’estetica. Si legge che: L’arte, in ogni sua forma, è Liebeswerbung. È seduzione. È pubblica manifestazione del desiderio sessuale».

Il lettore che si volesse avvicinare a Vita sexualis solo per il richiamo piccante del titolo rimarrà deluso: i capitoli, scanditi dalle esperienze dai 6 a 21 anni, configurano l’opera come un romanzo-saggio, dove la masturbazione è delicatamente evocata dall’obbligo dei convittori di un collegio a tenere entrambe le mani fuori dalle coperte dei lettini del dormitorio; dove il tentato stupro arriva al massimo alla descrizione di un «premere dall’alto» delle mani dei sopraffattori; dove la curiosità di guardare le parti intime di una compagna di gioco si arresta di fronte al velo che le ricopre; dove la prima esperienza completa è sintetizzata nell’espressione «fatto cavaliere». Un racconto per riflessi e nascondimenti che pure ha un fascino cui non ci si sottrae e dove il detto è già una provocazione. Sin dal titolo, in latino per nascondere, ma che tradisce il debito scientifico verso l’opera dello psichiatra tedesco Krafft-Ebing, Psychopatia sexualis e che rimette, per un attimo, in primo piano il medico-filosofo rispetto allo scrittore.

Commenti