Nonostante la celebre battuta di Albert Einstein, dio gioca a dadi, e per nostra fortuna perde quasi sempre. Per pagare, crea il mondo, un pezzo alla volta, uomo incluso. Siamo dunque i debiti di gioco di un creatore che ama l’azzardo?
Prima che il mondo esistesse, iva è sfidato dalla sua sposa Prvat. La dea lancia i dadi e il marito accetta la sfida. Le regole sono semplici. Ogni volta che vince lei, dalla mente di iva sgorgano le forme del mondo; ogni volta che vince lui, tutto si riassorbe nel silenzio. Prvat bara, iva pure, ma è lei a vincere, e a ogni lancio perduto la luce del Dio si frantuma nei colori dell’universo visibile. iva mette sul tavolo anche i simboli del suo potere, il carro e la luna che porta fra i capelli, e perde anche quelli. Allora si rifiuta di pagare e fugge sulla vetta del monte sacro, ma è troppo tardi: il mondo, nel frattempo, è già nato.
È il racconto con cui Massimo Raveri, storico delle religioni, chiude Le albe del mondo. Racconti sacri dell’inizio (Laterza). Raveri raccoglie i miti dell’origine, dai Veda alla Genesi, dal Corano al Daodejing, e li ordina per idee: Ardore, Parola, Gesto, Amplesso, Scherzo, Illusione. C’è il dio che crea con un comando e quello che impasta l’argilla come un vasaio. Gli occidentali sono abituati a pensare che la creazione sia legata innanzi tutto al Verbo. Per questo motivo, le pagine più sorprendenti sono dedicate alle divinità che del verbo, tutto sommato, se ne infischiano.
Perché un dio perfetto, che non manca di nulla, dovrebbe fare qualcosa? Vediamo un po’ di risposte. I Winnebago rispondono che il Grande Spirito si sentiva solo. Una Upanishad racconta di un Sé primordiale che, scoprendosi solo, prima ha paura e poi si annoia, finché non si divide in sposo e sposa. Il filosofo ankara, nel VII secolo, risponde che dio crea per gioco, senza mirare ad alcuno scopo, assorto come un bambino nella sua fantasia. Non è frivolezza, avverte Raveri: significa che l’agire divino non obbedisce al dovere né alla legge del karma. E proprio nei secoli in cui l’India brahmanica applicava con più rigore le regole delle caste, i fedeli trovarono in quel dio «sfaccendato» una libertà interiore che la società negava loro. Dal gioco allo scherzo il passo è breve. Un papiro gnostico del III secolo descrive un dio che ride sette volte, e a ogni risata nasce qualcosa: la luce, le acque, il destino, l’anima. Ma il vero campione della categoria è il trickster dei nativi nordamericani, il dio briccone. Iktomi ha dato il nome a tutte le cose e inventato le lingue, eppure tutti lo deridono per il suo aspetto strano. Beh, in effetti è un ragno. Convocato dagli dèi per rispondere di una beffa, scoppia a ridere davanti al sacro tribunale. Manabozho degli Anishinaabe ha fatto il mondo, certo, ma avrebbe potuto farlo un po’ meglio. Il trickster è goloso e lascivo, pasticcia, cade vittima dei suoi stessi inganni; e intanto dona agli uomini il fuoco, gli arnesi della caccia, i segreti delle erbe.
Il racconto più sorprendente viene dai Wintu della California. Il Creatore Olelbis vuole regalare agli uomini un Paese celeste dove bagnarsi alla fonte della vita e tornare giovani per sempre. Coyote convince i servi del dio a sabotare il progetto, con un argomento che farebbe invidia a un moralista: senza bisogni gli uomini non avranno nulla da dare né da ricevere, e dunque né amici né figli. Meglio le liti e perfino la morte, purché intorno a chi soffre qualcuno si stringa.
Gli studiosi del Novecento avevano liquidato questo buffone divino come folclore, imbarazzati all’idea che il sacro potesse far ridere. Con le dovute eccezioni. Infatti la risata e la trasgressione a sfondo sessuale sono tipici dei misteri eleusini e arrivano, per strade meno contorte di quello che si crede, nell’opera summa del Novecento italiano, Petrolio di Pier Paolo Pasolini, romanzo che si conclude con un dio ozioso che si prende gioco del mondo dalla sua villa in riva all’Adda.
La risata del trickster, spiega Raveri, è un antidoto al pensiero tragico, quello che divide il mondo in luce e tenebra. Il Corano, significativamente, replica secco che cielo e terra non sono stati creati per scherzo, e Einstein, lo abbiamo accennato, dirà che dio non gioca a dadi. L’autore coglie nel segno. Dietro il dio ozioso, giocatore e burlone, nella nostra cultura, si nasconde sempre il sospetto che tutto il dolore del mondo valga, alla fine, niente più di una risata grottesca, l’unico (deludente) atto d’amore possibile.
E così gli estremi si toccano: il divino incontra il nulla.
