Gigi D’Alessio è rimasto uno dei pochi ad avere un pubblico multigenerazionale.
«Non ho mai voluto chiudermi dentro il mio orto, merito anche della curiosità. Come quando ho fatto il disco Buongiorno con tanti giovani rapper durante la pandemia. Ho mescolato i miei brani storici con gli esponenti della nuova generazione, ragazzi che scrivono i testi sull’iphone, insomma un mondo diverso dal mio».
Ritroverà presto questo pubblico visto che il 14 novembre da Roma riparte il tour «Gigi Palasport».
«Ma poi il 22 maggio ci sarà Gigi & Friends all’Arena di Verona, dove inviterò molti amici con i quali ho cantato in passato, e sono davvero tanti».
Chi le manca?
«Direi Ligabue, Pausini e... Mina».
Finisce qui?
«No ci sono due concerti al Maradona di Napoli e poi a Taranto e Messina e un tour europeo da novembre 2027, un giro tra Londra, Parigi eccetera».
Alla fine saranno tre anni di tutti esauriti.
«Manca soltanto di realizzare l’ultimo sogno: San Siro. Ma ci stiamo lavorando».
Per capire che cosa sia diventato Gigi D’Alessio in oltre trent’anni di carriera basterebbe solo leggere il lungo commento apparso sotto il suo nuovo brano intitolato Piccirè, «l’ho scritto per Ginevra, la mia bimba più piccola, che ha tre anni, e la canto in napoletano». È la fotografia, questo post, di un pubblico appassionato, attento ai particolari e lontano dalle esasperazioni che ormai vivono quasi tutte le tribù di fan. In effetti, ora che ha 59 anni, Gigi D’Alessio ne ha fatta di strada soprattutto nel conquistarsi il rispetto di una platea che ormai lo applaude in tutti i ruoli, mica solo in quello del cantante. È protagonista di spot tv, conduce programmi, si è scrollato via l’etichetta pesante e immeritata di neomelodico ed è riconosciuto come voce autorevole di una fetta larga così della musica leggera italiana. E il bello è che lui, parlando nel ristorante di Milano che è il suo rifugio, fa capire che non è mica finita qui, insomma che il bello deve ancora venire.
Le manca solo un film.
«In realtà arriverà, si intitola Solo se canti tu, uscirà nel 2027 per la regia di Luca Miniero con Matteo Paolillo nei miei panni. Il film inizia a raccontarmi da quando avevo 6 o 7 anni e passa in rassegna tutti i sacrifici e le porte in faccia che ho preso, le ore di studio, il Conservatorio e si interrompe nel momento in cui inizio a cantare. Io ero molto timido e scrivevo solo per altri. Poi un giorno mi dissero questo brano funziona solo se canti tu e lì praticamente finisce il film».
Perché solo quella fase di Gigi D’Alessio?
«Perché la più importante, quella in cui metti le fondamenta».
Una lezione importante soprattutto per chi quella fase la sta iniziando ora.
«I pilastri della tua carriera puoi poggiarli sulla sabbia o sulla roccia: se li metti sulla sabbia la prima mareggiata li porta via, ma se li metti sulla roccia serve un terremoto per farli cadere».
A proposito, e l’intelligenza artificiale?
«Nel 2025 sono andato al Parlamento Europeo per chiedere una regolamentazione della Ia nel settore musicale. Un conto è usarla per sentire come suona un duetto con una voce femminile. Un altro è chiederle di scrivere un brano per intero. Con la Ia non impari a suonare uno strumento. Ma, prima o poi, ti troverai davanti a un pianoforte e, se non lo sai suonare, cercherai scuse per scappare. Invece no: se c’è da suonare, si suona».
Oggi suonare conta sempre meno, comunque.
«Sono anche perplesso sulle dinamiche dello streaming. Oggi se un giovane fa mille stream in meno va in depressione. Abbiamo creato un mondo non vero e alterato dove sembra che con i soldi e i contenuti di TikTok la canzone vada per forza bene».
Come se ne esce?
«La vera prova del nove è il live. Com si dice a Napoli, ci vuole la carne per le salsicce. Il mercato si è diviso tra chi fa pochi streaming e però riempie i concerti e chi fa milioni di ascolto ma non stacca biglietti».
