Per parlare della politica di oggi Peter Sloterdijk, il più celebre dei filosofi tedeschi contemporanei, si rivolge a un italiano di cinquecento anni fa: Niccolò Machiavelli. Dopo essersi richiamato a Kant nella Critica della ragion cinica e aver sviluppato una teoria dello spazio nella trilogia Sfere , Sloterdijk ha appena scritto un saggio su Il Principe e i suoi eredi. I grandi uomini al tempo della gente comune (Cortina Editore), che presenterà oggi a Pordenonelegge.
Peter Sloterdijk, perché guardare a Machiavelli?
«Machiavelli è l’eroe nascosto del libro, nel senso che il mio èunlibro sui fenomeni di oggi; ma ne parlo perché offre il retroterra per comprendere quale possa essere il ruolo dei “grandi uomini” nella storia».
Qual è il retroterra?
«Il realismo del potere. Machiavelli non ha inventato il cinismo in politica, visto che già nella tradizione giuridica cinese antica si trova già tutto quello che si legge nel Principe ; ma è veramente originale nell’enormità del silenzio che mantiene sulla questione della moralità politica, e infatti non nomina mai i valori umanistici o cristiani».
Il Principe ha molti eredi?
«La parola Principe contiene in sé una specie di mascheramento, fin dall’antichità. Il termine fu introdottodaOttaviano Augusto per fingere di non essere un re ma, appunto, soltanto un Principe fra i senatori romani; Machiavelli è però consapevole che non è il titolo a essere importante, bensì la relazione fra chi governa e i sudditi».
Com’è questa relazione?
«Nelle cosiddette democrazie, edal XIX secolo in poi,le persone non credono più che il potere derivi dal cielo bensì da una elezione, che sia il popolo, nella sua maggioranza, anominare il leader. Equesta èuna finzione che osserviamo da Napoleone a Stalin fino a Putin, perché in realtà la leadership ha poco a che fare con la nomina da partediuna larga maggioranza, mentre ha molto a che fare con l’intimidazione e la seduzione di grandi masse: è terrorizzare e affascinare il popolo, due meccanismi ampiamente all’opera oggi. Ciò che chiamiamo democrazia deve ancora essere discusso nel suo essere sorto in seguito a strutture monarchiche eautoritarie».
Scrive che la democrazia èambigua: pur nascendo per contrastare la tirannia, ne ha in sé il potenziale.
«È un dramma in più atti. All’inizio il popolo crede che un uomo forte a capo del governo lo aiuterà a godersi una vita privata ben protetta; ma nel secondo atto si scopre che il protettore è anche un gangster, che ti sfrutterà, e farà varie cose che non tutelano affatto la tua pace personale. Infine, nel terzo atto, il dittatore è rovesciato e rimpiazzato da un altro despota. L’Italia è interessante perché ha come caratteristica l’impossibilità di avere un re, a differenza di altri Paesi: la Russia ha inventato un nuovo zarismo; la costituzione di De Gaulle ha permesso ai francesi di realizzare il desiderio di un re come presidente; e oggi la Germania è il “grande malato” nel mezzo dell’Europa, incapace di sconfiggere il desiderio di un despota, fra reminiscenze di autoritarismo».
Come si risolve il dramma?
«Nella pratica, ogni giorno. Il fatto èche desideriamo un governo forte ma allo stesso tempo lottiamo per la pace individuale e per la libertà: odiamo la politica, ma abbiamo bisogno della politica. Uno dei segreti della democrazia è che la grande maggioranza delle persone è apolitica, e non ha voglia di essere agitata e polarizzata come oggi. Infatti il tratto della democrazia del nostro tempo è l’eccesso di polarizzazione, che osserviamo in tutti i Paesi europei, dove gli estremismi, adestra easinistra, sono troppo rumorosi e presenti; e questo distrugge il nostro piacere di essere dei cittadini, di essere lasciati da soli in pace a condurre la nostra vita e a coltivare un sentimento di disprezzo nei confronti delle grandimenti al vertice...».
C’è un modo per sfuggire a questa verticalità repressiva?
«È il tentativo portato avanti aMonte Verità, all’inizio del Novecento. E credo non sia una coincidenza che sorgano nuovi gruppi filosofici rivolti alla tradizione antica dello stoicismo. Soprattutto in epoca romana, essoera l’interpretazione filosofica di una situazione in cui non esiste una speranza reale di emancipazione politica: c’era il Cesare e, intorno a lui, i ministri, gli amici e i pretoriani, perciò al comune cittadino non restava che ritirarsi, magari in campagna, e dimenticare tutto, con il senso che l’amicizia sia più importante della politica».
