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Personaggi

Klossowska e Rilke. Quando le lettere sono una poetica dell’amore eterno

Il poeta e la sua musa si scrissero a lungo. Lui era come stregato da questa donna bella e marziale. Lei, pittrice, era l’unica capace di lenire la sua solitudine

"La tentazione della rima" e il dono di essere Rilke

Cominciamo dalla fine. Baladine Klossowska muore l’11 settembre del 1969, pluriottantenne. Da ragazza era bella, di una bellezza audace, virile. Il fratello Eugene la ritrae a diciotto anni, nel 1902: strano incrocio tra una dama di Boldini e una Nike. Leggerezza marziale. Si sarebbe sposata poco dopo con Erich Klossowski: nobile di origine polacca, insigne storico dell’arte. Divorziarono nel 1917; dal matrimonio sortirono due figli diversamente geniali: Pierre Klossowski, lo scrittore de Il bafometto e del ciclo erotico Le leggi dell’ospitalità l’amico caro di Gide, di Bataille e di Carmelo Bene e Balthus, sommo pittore di ninfette.

Baladine Klossowska, in realtà, non si chiamava così. Nata Elisabeth Dorothea Spiro a Breslavia, in una famiglia di origine ebraica il padre era cantore nella sinagoga locale , sapeva dipingere e danzare. Trasferitasi a Parigi, prese il cognome del marito; Baladine era l’eroina romantica in un’opera di Juliusz Slowacki, il Byron polacco. Negli ultimi giorni della sua vita terrena, Baladine si era trasferita a casa del figlio Pierre, poco distante dalla capitale. Da decenni, viveva di ricordi. «Si era ritirata dal mondo esterno e non viveva più nel presente... Leggeva continuamente le lettere che Rilke le aveva inviato, le sue poesie inedite», ricorda Charlotte Wolff nella sua autobiografia, Hindsight (1980), ricordando, di Baladine, soprattutto, il fascino, mercuriale: «Non c’è da stupirsi che Rilke fosse stato stregato da lei. La sua presenza lanciava un incantesimo sugli altri».

Si erano incontrati la prima volta a Ginevra, all’Hotel Richmond, nel giugno del 1919: Rilke, serafico per eccesso di ardore, attendeva il capolavoro, viveva la risacca dell’ispirazione vagabondava languido tra le ville delle sue tante, ricche ammiratrici. Il poeta introdusse Baladine, com’era solito, nel labirinto di un legame epistolare: vertiginoso anzi: pericoloso perché di carta. Baladine animo che ricalca un angelo, è vero, ma ancor di più: donna pratica si prese cura dell’etereo poeta: per prima cosa, gli sistemò il castelletto di Muzot, in Svizzera, concesso a Rilke da un danaroso fan. Lì, il poeta coltivava rose, ospitava l’amata, scriveva: nel febbraio del 1922, l’ispirazione, sopita da tempo, si riaccese, furibonda. Il poeta, in tre settimane estatiche, compie le Elegie duinesi e scrive i Sonetti a Orfeo. «Non ho mai sopportato un simile uragano di cuore e di spirito. Sto ancora tremando...», scrive, in piena, a Baladine. La più bella lettera di lei raccolta in: Rainer Maria Rilke - Baladine Klossowska, Senza cedere alla tentazione. Lettere 1922-1926 (Magog) nell’impeccabile cura di Marilena Garis è scritta proprio a Muzot. Baladine è sola «Vi ho pensato a tutte le ore, soprattutto la sera» , ha cenato vigilata da quattro candele, «ho dormito nel vostro letto, che era ospitale, come un essere vivente». Rilke, sconfitto nel fisico, è ricoverato nel sanatorio di Schöneck: Baladine gli invia «quattro bellissime rose che ho tagliato per voi sotto la pioggia».

Per Rilke le lettere sono una consacrazione, qualcosa pari a un’ostia. Attraverso le lettere il poeta modella il proprio cuore. In particolare, Rilke si affeziona al talentuoso figlio di Baladine, Balthus: ne orienta gli interessi, introduce il suo quaderno di disegni, Mitsou, dedicato ai gatti. Nel 1924, per i suoi 16 anni, manda un biglietto alla madre, «I disegni di Balthus sono molto belli Fa costantemente dei progressi così deliziosi, anche in circostanze meno favorevoli, che cosa non diventerà a Parigi!». L’anno dopo, Rilke va a trovare Baladine e i figli nella capitale francese. Sono momenti sovreccitati, l’Everest della relazione tra Rilke e Baladine. Il poeta dimora a Parigi per 7 mesi, all’Hotel Foyot; insieme alla sua amata incontra Paul Valéry e André Gide, Ivan Bunin e la Principessa Bibesco, intima di Marcel Proust. Fu una sorta di congedo, di polka sull’abisso. Rilke, con lenta ferocia, si ritrae da tutti, anche a causa del male la leucemia che lo sbriciola. Le lettere, al contempo, sono una sorta di casa e di canoa, di vessillo e di falò. Il poeta abbozza il ciclo di poesie Les Fenêtres, illustrate da Baladine in quegli stessi mesi del 1926 la sua vita è attraversata, come da una legione di lampi, dalle lettere di Marina Cvetaeva la vera, inarginabile opera in prosa di Rilke,

il suo agiografico romanzo egli crea e disfa universi, abbozzando una poetica dell’esistere. Così scrive a Balthus, nel febbraio del ’26: «Per quanto mi riguarda, caro B., ho voglia solo di non affermare nulla. Se lei potesse immaginare che un malvagio mago mi ha trasformato in una tartaruga, sarebbe vicinissimo alla realtà: ho indosso un forte e solido guscio di indifferenza che sfida ogni prova» (in: Rainer Maria Rilke, Del paesaggio e altri scritti, Adelphi, 2020). Pare una mistica che fonde Kant e Eckhart.

Precipitosamente, il poeta si assottiglia arriverà a pesare 48 chili ; consumandosi consuma chi gli è al fianco. Baladine si dice sua discepola «Voi mi avete formata, pastore, io sono una mela del vostro frutteto» ; Rilke, che ne elogia la splendida vitalità, la chiama «Merline», «Mouky», «L’Impaziente», quasi potesse moltiplicarla. L’ultima lettera di Rilke è del 23 dicembre, un secolo fa: «Rinchiuso questa volta per molto tempo con dolori disumani quindi umilmente, miseramente malato». Su Rainer, «René», Baladine invoca «un miracolo»; «ora bisogna mettersi in ginocchio», scrive. Il poeta morirà poco dopo, il 29 dicembre del 1926; viene sepolto a Raron, nel Canton Vallese. Baladine si occupa di trovare la lapide: allo scultore olandese Jean Van Dongen fa incidere seguendo i dettami di Rilke uno stemma e alcuni versi, Rose, oh reiner Widerspruch («Rosa, contraddizione pura!»).

La Seconda guerra la sorprese a Parigi preferì ritirarsi in Dordogna. Rilke, il poeta del candore, si rivelò una specie di buco nero: la sua morte divorava la vita di chi gli era sopravvissuto. Non si può dire che Baladine fosse sfiorita: dedicarsi ai morti rende belli, ma di una bellezza inattingibile, violenta. Nel 1956 si lamentò con il Sindaco di Sierre: la tomba di Rilke aveva bisogno di migliori cure, «sembra sempre che nessuno se ne occupi». Era settembre: il mese in cui aveva incontrato Rilke per l’ultima volta, quello in cui sarebbe morta, qualche anno dopo.

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