Il governo Meloni, in carica dal novembre del 2022, dal 3 settembre scorso è il più longevo della Repubblica. Dal dicembre 2022 al settembre 2026 lo spread del decennale italiano è sceso di oltre 150 punti sulla Germania, oltre 170 sulla Francia, 70 sulla Spagna. Nello stesso periodo il costo medio del debito italiano, cioè quanti interessi paga lo Stato agli investitori, è calato di 0,1 punti, mentre è salito di 0,2 in Francia, 0,4 in Spagna, 0,7 in Germania. L’agenzia di rating S&P nell’aprile 2025 ha promosso l’Italia alzando il rating da BBB a BBB+. Nel settembre del 2025 upgrade da BBB a BBB+ anche da parte di Fitch. Mentre Moody’s – storicamente l’agenzia più severa - nel novembre del 2025, l’ha alzato da Baa3 a Baa2, primo upgrade dopo 23 anni, con uscita dall’ultimo gradino investment grade in cui l’Italia stava dal 2018. Il deficit fiscale, ereditato dalla stagione del Superbonus, è passato da oltre 8% a limite del 3 per cento. Sul mercato del lavoro risultano esserci 1,2 milioni di occupati in più del 2022, e 1,4 milioni di maggiori posti a tempo indeterminato. Nell gara tra inflazione e potere d’acquisto dei salari, l’arbitro Bankitalia ha decretato che negli ultimi tre anni il reddito disponibile delle famiglie italiane è aumentato. E in quella della crescita del Pil, che si gioca tra chi la percepisce inesistente e chi la rivendica con i numeri, questi ultimi possono vantare un trend in atto (+1% atteso per fine anno) che è il doppio delle negative previsioni di inizio anno. Mentre a livello di statistiche, il Pil italiano è terzo nel G7 per crescita dal pre-Covid e secondo per Pil pro capite. E dentro al prodotto interno si trovano consumi in crescita ed export positivo: nonostante dazi, guerre e costi dell’energia, l’Italia ha superato i campioni del Giappone.
Si poteva fare meglio? Ognuno si faccia la sua idea, senza però dimenticare qual era il punto di partenza, che resta un debito pubblico il cui principale peso non sta né nelle dimensioni, né nel rapporto con il Pil, bensì nel suo costo: lo scorso anno l’Italia ha pagato 87 miliardi di interessi contro i 67 della Francia, pur avendo gestito uno stock di titoli inferiore di oltre 360 miliardi. Cumulato nel periodo 2020-2025 fanno 452 miliardi, contro i 296 della Francia, i 204 della Germania o i 198 spagnoli. Il che ha una semplice conseguenza: ogni spazio di politica fiscale è pressoché occupato dalla spesa per interessi. Per questo, in economia, sostenere che il governo Meloni non abbia fatto il suo anche al di là delle attese di 4 anni fa, al di là di come la si pensi, è lunare. Così come lo è il considerare irrilevante la stabilità politica che ha reso questi risultati credibili di fronte al mercato.
