Allarme Al Qaida, pronta a colpire l’Italia

RomaIl Vaticano come simbolo e cuore della cristianità. L’impegno dei militari italiani all’estero. La determinazione nella lotta al terrorismo più volte ribadita in sede internazionale.
Sono principalmente questi i motivi che rendono il nostro Paese un obiettivo vantaggioso per Al Qaida. L’organizzazione terroristica attaccando in Italia personaggi noti o istituzioni, otterrebbe il risultato di colpire al cuore l’incarnazione di quell’Occidente che vuole combattere il terrorismo e la jihad non soltanto con le armi ma anche attraverso la rivendicazione della propria storia e della propria cultura. Questa l’analisi che emerge dalla Relazione 2009 dei servizi di intelligence al Parlamento.
Si alza il livello di allarme per gli attentati di matrice islamica in Italia. Aumentano i nemici interni, meno riconoscibili e dunque più insidiosi e dal passato è sempre pronto a risorgere, rinnovato, il terrorismo politico di stampo brigatista o anarco-insurrezionalista.
«Il terrorismo internazionale nella sua declinazione qaidista si conferma il più insidioso fattore di rischio per la sicurezza del nostro Paese e degli interessi nazionali all’estero», è scritto nella Relazione che cita fatti concreti a sostegno di questa tesi: l’attacco del 17 settembre al nostro contingente in Afghanistan, l’attentato del 12 ottobre alla caserma Santa Barbara a Milano e il rapimento il 18 dicembre di una coppia di italiani in Mauritania.
Proprio l’attentato di Milano, definito «un punto di svolta nello scenario della minaccia sul territorio nazionale» dagli investigatori, dimostra come stia emergendo anche in Italia il fenomeno degli homegrown mujahidin, ovvero un nuovo fronte jihadista interno. Persone nate e cresciute qui o residenti in Italia da anni che in seguito ad una condizione di disagio si sono avvicinate al fondamentalismo.
«Soggetti isolati o micronuclei pronti ad entrare in azione anche in via del tutto autonoma» denominati self starter nella Relazione. Una sorta di free lance degli attentati che potrebbero attivarsi «all’improvviso» in particolare scatenando azioni violente contro «personalità istituzionali o personaggi noti ritenuti colpevoli di atteggiamenti dissacratori nei confronti dell’islam». Si tratta di «soggetti vicini all’ideologia salafita-jihadista impossibilitati a raggiungere i teatri di crisi» che potrebbero «decidere di convogliare i propri sentimenti antioccidentali e antitaliani nella realizzazione di un’azione ostile sul territorio nazionale», seguendo appunto l’esempio dell’attentatore di Milano. Proprio quel cittadino libico, residente da anni in Italia, ora è «citato ed esaltato nei circuiti dei web-forum qaidisti».
Ed è proprio il web il pozzo nuovo dal quale attingere proseliti pronti a immolarsi nella guerra contro l’Occidente.
La propaganda pian piano si sta spostando. Via dai centri di preghiera e da ambienti fortemente caratterizzati da atteggiamenti antioccidentali, oramai sotto osservazione e quindi obbligati a diventare più cauti. Ora si fa «frequente ricorso alle abitazioni private» ma soprattutto al web «diventato un punto di riferimento per il reclutamento, per l’avvio di conoscenze e contatti tra estremisti e percorsi addestrativi finalizzati alla traduzione operativa di progettualità diverse». Insomma attentati organizzati on line, reclutando attraverso la rete soggetti nati e cresciuti in Occidente. Ma non solo. Le ideologie antioccidentali proliferano anche grazie a cittadini europei o italiani convertiti all’islam che «diffondono nella nostra lingua i comunicati della leadership qaidista».
Al Qaida sfrutta questi soggetti pure per una guerra d’immagine perché la loro conversione dimostra il rifiuto di una società decaduta e composta da “miscredenti”. Inoltre i convertiti rappresentano «un ideale avamposto operativo perché meno soggetti, anche grazie al loro aspetto, a controlli di sicurezza».
Non c’è soltanto il rischio di attentati di matrice islamica a tenere occupati i servizi che definiscono ancora «attuale» la minaccia terroristica «endogena», interna sia di ispirazione brigatista sia anarco-insurrezionalista.
Nella Relazione si parla di «una rete di collegamenti» tra diversi ambienti eversivi impegnati «in un tentativo di riaggregazione di forze rivoluzionarie vecchie e nuove nella prospettiva di un ritorno all’azione». Attenzione anche nell’ambito studentesco dove si assiste ad un «trend crescente di episodi di contrapposizione tra estrema sinistra e ultradestra» che potrebbe far registrare «nuovi picchi».