Il suo cuore si è fermato a Eboli, in questa notte di agosto troppo calda per essere vera. È morto così, senza pista, senza clamore, senza il fruscio del sulky alle spalle.
Aveva trentun anni, una vita intera più il supplemento della leggenda. Varenne è il nome che non si dimentica, come i cavalli che segnano storia e immaginario. Bucefalo di Alessandro il grande aveva una stella bianca sul manto nero, Xanto e Balio sono gli immortali di Achille, Incitatus fu fatto senatore da Caligola, Babieca lo cavalcava il Cid e Ronzinante Don Chisciotte, Baiardo è il cavallo filosofo di Rinaldo, Rabicano, figlio di una fiamma e della tempesta, è il destriero magico di Astolfo. Marengo è il «cavallo bianco» di Napoleone e Copenhagen quello che il duca di Wellington monta a Waterloo, Comanche è l’unico essere vivente trovato vivo dopo Little Bighorn. Furia chiaramente è il cavallo del West e Dinamite quello disegnato da Galep per le storie di Tex Willer, Jolly Jumper, che gioca a scacchi da solo, è quello di Lucky Luke, Turbine di Pecos Bill e Tornado il fulmine di Zorro. Ombromanto è il signore di tutti i cavalli, con Gandalf sopra. Marocco, il cavallo di Banks, girava l’Europa alla fine del Cinquecento battendo gli zoccoli per contare, e faceva paura agli inquisitori.
Muhamed, a Elberfeld, estraeva le radici cubiche e distingueva un accordo armonico da uno stonato, poi la Grande Guerra se lo prese come animale da soma e nessuno gli chiese più di calcolare niente.
Si può andare avanti per giorni. Allora si può tornare a Varenne, detto il Capitano, e a quelli come lui, che sono diventati miti in sport inventati dagli umani, per vincere e per scommettere. Il trotto è la disciplina più crudele, perché chiede a un cavallo di andare fortissimo restando dentro una regola, e chi la rompe perde tutto.
Ourasi lo aveva capito prima di tutti, il francese che negli anni Ottanta si prendeva quattro Prix d’Amérique e che chiamavano il Re Fannullone perché in allenamento non muoveva un muscolo e in gara diventava un’altra cosa, come certi uomini che sembrano svogliati e in realtà stanno solo aspettando che valga la pena.
Indro Park vinse l’Allevatori, il Criterium e il Derby, e morì a trent’anni, nel 2015, da vecchio signore. Moni Maker, americana, si prese l’Europa negli anni Novanta, il Prix d’Amérique e l’Elitloppet, per ricordarci che le cavalle vincono e nessuno lo scrive mai.
Nel galoppo si va più indietro, fino a Eclipse, che nacque durante un’eclissi solare il 1° aprile del 1764 e vinse diciotto corse su diciotto, staccando a Epsom gli avversari di duecento metri, tanto che per raccontarlo bastava dire Eclipse primo, gli altri da nessuna parte. Nearco si ritirò imbattuto nel 1938 e fu venduto a Newmarket per sessantamila sterline, cifra che allora suonava come un’offesa. Ribot, altra leggenda italiana, allevato da Federico Tesio, corse sedici gare e ne vinse sedici, sempre con Enrico Camici in sella, due Arc de Triomphe, e non perse mai perché non sapeva come si facesse. Secretariat detiene ancora i record delle tre corse della Triple Crown. E poi c’è Seabiscuit, piccolo, sbilenco, con le zampe storte, che perdeva quasi sempre finché non trovò l’allenatore giusto e insegnò a un nazione in ginocchio per la grande depressione che il pronostico non è una condanna.
