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“La Coppa America come la Formula uno. Questo deve essere il nostro futuro”

Oggi a Napoli il via alle regate preliminari di America’s Cup. Il team principal di New Zealand, detentrice del trofeo e patron del nuovo format, è Matteo de Nora, l’uomo che ha deciso per l’Italia e per il capoluogo partenopeo

"Adesso Napoli meriti questa vela stile F1"

Matteo de Nora è l’uomo che ha deciso per Napoli: «Ho prima scelto l’Italia, poi Napoli. E qui ci troviamo bene». Da molti anni è il team principal di Emirates Team New Zealand, lo squadrone che vince e rivince. In realtà lo ha raccolto in pezzi dopo la sonora sconfitta del 2003 quando la America’s Cup è volata verso la Svizzera. È nato a New York, ha studiato alla Bocconi ed è figlio di Oronzio che ha inventato l’Amuchina. In realtà non ha avuto interessi nella azienda di famiglia e ha avuto un suo percorso imprenditoriale. Per lui la Nuova Zelanda è più di una passione, è un luogo dove vive alcuni mesi all’anno.

Iniziamo subito con una domanda su Sport e Salute, con cui state lavorando.

«Sport e Salute è una delle buone sorprese. Quando organizzi questi eventi, soprattutto in una città complessa come Napoli, è importante collaborare e trovare la strada per risolvere i problemi. Possiamo chiamare, parlare, chiarire e cercare di risolvere... Voto 9 su 10, gli diamo un po’ di spazio per migliorare...».

Queste battaglie legali attivate in America dal New York Club vi preoccupano, hanno un fondamento?

«Sicuramente ci... occupano, perché tutte queste cose vanno prese sul serio. Noi siamo stati molto attenti a seguire tutti i principi e le regole del Deed of Gift e su questo ci siamo fatti consigliare da avvocati anche americani. Sicuramente questa edizione della Coppa non è a rischio. Poi è possibile che come tutte le cose nuove dovremo fare qualche aggiustamento».

New Zealand è sempre la più forte?

«Oggi a Napoli non siamo forti perché non conosciamo il Golfo. Siamo arrivati 10 giorni fa, mentre gli altri sono qui da un bel po’, soprattutto Luna Rossa (che alle regate di prova ha vinto sempre, ndr). Abbiamo deciso di allenarci in Nuova Zelanda con la barca della Coppa, anche perché noi dopo perderemo molto tempo per il trasporto della barca in Europa e prima vogliamo portare la barca al meglio delle sue possibilità. C’è una questione sulle vele dove noi abbiamo dei brevetti e da quando il proprietario di North Sails è diventato team principal del team inglese direi che ne sono venuti a conoscenza. Vedremo».

Se non riusciste a difendere la Coppa, sarebbe contento di veder vincere Luna Rossa?

«Direi di sì ci provano da tempo e la loro vittoria sarebbe anche la conclusione di un ciclo aperto da Patrizio Bertelli, sarebbe giusto per lui che ha ancora un ruolo attivo nel team, per la squadra, per l’Italia. Ma noi siamo ancora forti».

La Coppa cambierà?

«Spero che la Coppa rimanga comunque il top del top della tecnologia, altrimenti finiamo come Sail GP, che da anni usa sempre le stesse barche. Grazie a, o per colpa di Team New Zealand, c’era sempre stata, negli ultimi vent’anni da quando vinciamo, una specie di allergia a farne una cosa molto commerciale. Non ci sono biglietti di ingresso, abbiamo anche regalato i diritti tv. Altri sport sono dei mega business. Noi abbiamo sempre resistito e adesso abbiamo aperto la porta. Liberty Media è un buon esempio con la Formula uno. Questi eventi in teoria molto tecnologici si trasformano veramente in uno show. I ritorni dal punto di vista economico sono impressionanti».

C’è un messaggio finale?

«Sì. Bisogna avere senso di responsabilità verso il futuro dell’evento e che questa sia la priorità di chi oggi ha in mano l’organizzazione, i team che partecipano ad ACP (America’s Cup Partnership). Non bisogna pensare ai propri risultati e interessi ma all’evento. Questa buona volontà farà la differenza per il futuro buono o cattivo della Coppa».

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