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“L’Oro 50 anni fa e quell’auto promessa e mai arrivata”

Prima di Thoeni e Sinner, Klaus Dibiasi fu il grande tuffatore il primo altoatesino a coprire di medaglie e vittorie l’Italia

Klaus Dibiasi

L’Angelo Biondo festeggia oggi i 50 anni dal terzo oro olimpico consecutivo dalla piattaforma: un record mai battuto. Del resto, per dirla con Giorgio Cagnotto «i tuffi prima di Dibiasi erano un’altra cosa. Li ha cambiati, come i Beatles hanno cambiato la musica». Quel trionfo ai Giochi di Montreal 1976 mise fine all’epopea di Kalus Dibiasi. L’Angelo Biondo era altoatesino, come Gustavo Thoeni e Jannik Sinner. L’Italia era fiera di lui: non a caso di quell’Olimpiade fu anche portabandiera: «Fu un onore incredibile portare la bandiera, orgogliosissimo: altro che altoatesino. È ridicolo pensare oggi alle minoranze etniche in un’Italia che ha tante realtà».

Klaus, cosa farà oggi?

«Ci sarà una serata-evento dedicata a me al South Beach di Ostia».

Di quella finale thrilling con Greg Louganis, cosa non si è detto?

«Nell’ultimo tuffo, un triplo e mezzo avanti raggruppato, quello decisivo, Louganis aveva optato per lo stesso esercizio ma in posizione carpiata. L’americano andò abbondante e io pensai ‘allora ce la posso fare, Klaus fallo bene, l’esperienza è dalla tua parte, devi fare così». E così andò: feci la rincorsa non troppo veloce, avevo il tendine a pezzi e un dolore che neanche il cortisone fermava. In quel momento trovai le energie mentali per fare un tuffo sicuro e vincere. A Tokyo nel ’64 ero un pivello di 16 anni e persi di 1 punto e 40 per il maggior mestiere di Bob Webster che aveva 29 anni ed erra stato oro a Roma».

Come si vive da leggenda?

«Dopo il primo oro a Messico ’68 tutti mi chiedevano solo vittorie, dovevo sempre ripetermi, ero la medaglia sicura. Avevo tutte le attenzioni addosso, quante pressioni. Capisco Sinner, gestire la responsabilità del dover vincere».

Si rivede in lui?

«L’ammiro, è un grande molto simile a me: mi rivedo molto in lui come carattere: tranquillo, posato, amico di tutti. È il più forte. In 4 ore di gioco, sa sempre aggiustarsi, pian piano costruisce la vittoria perché sa il fatto suo. Lo ammiro come ragazzo, è cordiale con tutti, questa è una prerogativa degli altoatesini. Ammiro le cose che dice Jannik, anche il modo di accettare il verdetto sul caso Clostebol sapendo di essere innocente».

Dopo Montreal cosa successe?

«Il ritorno a casa a Bolzano, con la macchina scoperta tra le ali di folla sino al centro città, mi sentivo come il Papa che saluta i fedeli, e c’erano mamma Hilde e papà Karl che mi fece diventare tuffatore».

Quanto le valse quell’oro?

«Il presidente federale di allora, Parodi, mi aveva detto ‘se vinci ti regaliamo una Fulvia coupè. Mai arrivata. Me la comprai lo stesso, grazie a Cagnotto che lavorava alla Lancia; ne cambiai tre, una bianca, una blu e una rosa con i fari gialli. Indomabile. Era talmente potente che girando per Roma si ingolfava per via del traffico, dovevo correggere le candele».

Si può essere rivali e amici come succedeva a lei e Cagnotto?

«Sono io che ho sempre invidiato a Cagnotto le 5 Olimpiadi! Dopo Montreal dovetti ritirarmi, a Mosca ero diventato l’allenatore di Giorgio... Io non potevo più tuffarmi dopo 19 anni, avevo cominciato a 10 anni. Mi ritirai senza rimpianti. Avevo vinto tutto».

La sua freddezza da lassù ha fatto scuola.

«Riuscivo a nascondere la mia emotività».

Perché la chiamavano Angelo Biondo?

«Per il modo di tuffarmi. I tedeschi ci dicevano che noi eravamo i più forti, io a piedi pari saltavo la ringhiera alta 1.40 metri, era un esercizio per potenziare le gambe. Gli americani impazzivano e mi dicevano che facevo il tuffo del Cigno, il capofitto avanti teso. Ero un’ispirazione in un’epoca in cui i tuffi erano tutti obbligatori. Non avevo limiti: i limiti sono solo fisici. Non avevo un preparatore, imparai tante cose iscrivendomi a Educazione fisica».

Ora i nostri migliori, Chiara Pellacani e Matteo Santoro, si allenano in America. Vinceranno agli Europei di Parigi?

«Sono bravissimi e fanno bene a imparare anche all’estero. Matteo ha tutte le prerogative per diventare un grande, Chiara non la stessa eleganza di Tania Cagnotto ma è molto sicura, potente, non sbaglia ed è ben allenata. Ha la testa da vincente, infatti è la coppia campione del mondo, peccato la specialità non sia olimpica. È bello tornare a Parigi. Nel 2024 feci i tre tocchi col bastone per dare il via alle gare olimpiche, fu carino e non menai nessuno...».

Non vinciamo l’oro ai Giochi da Dibiasi 1976...

«Mai dire mai».

I cinesi hanno il monopolio... ma Dibiasi li avrebbe battuti?

«Non si possono paragonare le epoche e le tecniche. Loro sono favoriti dalla linea corporea, sembrano nati per tuffarsi. E dire che nel 1976 vennero a Bolzano e mi chiesero consigli su come fare. Hanno copiato da me le entrate e il modo di tenere le mani nell’impatto con l’acqua. Ora siamo al quadruplo e mezzo e con quei fisici...».

È vero che ha un archivio di 30.000 foto?

«Sì, sto lavorando a un’opera di ricostruzione storica. Noi costruivamo gli esercizi saldando le pellicole: attraverso l’immagine motoria del tuffo potevamo finalmente avere un apprendimento più veloce del gesto. Costruii il mio ultimo tuffo, con questo sistema. Oggi con l’Ipad e i cellulari non è più un problema registrare».

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