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Arte e Storia

“Dalí e la moda” a Palazzo Reale. L’abito dialoga con il Surrealismo

Oltre duecento opere tra dipinti, vestiti, fotografie, gioielli e filmati raccontano il pittore in modo diverso dalle immagini più note (gli orologi liquidi): fin da bambino amava travestirsi. Fino al 31 gennaio

Fra arte e moda Da sinistra l'opera «Singularities», «The Spectre of the Sex Appeal», «Dalí with a mannequin at the Exposition internationale du Surréalisme in Paris» e «The Eye of Time»

Una mostra su Salvador Dalí «artista totale», capace di muoversi tra pittura, grafica, disegno, performance e, soprattutto, moda. Non un’esposizione sul suo immaginario pittorico più noto (gli orologi liquidi, le donne con la testa ad albero), ma un’indagine rigorosa sulla costruzione del personaggio Dalí: «Dalí e la Moda», a Palazzo Reale, da oggi e fino al 31 gennaio, inaugura la Milano Fashion Week affrontando il rapporto tra Salvador Dalí e il mondo della moda.

Prodotta dal Comune con MondoMostre e Civita Mostre e Musei in collaborazione con la Fundació Gala-Salvador Dalí, racconta in duecento opere tra dipinti, disegni, video, abiti, sculture, oggetti e fotografie «un lato forse non inedito ma di certo poco noto del grande artista», ci dice Laura Bartolomé Roviras che con Judith Clark ha curato il tutto. «Dalí dimostra un’incredibile lucidità nel guardare agli abiti non come capi da indossare, ma come laboratori di ricerca artistica surrealistica, fondamentali per la sua autorappresentazione, baffi inclusi. Costruisce la sua immagine grazie a Gala, che fu molto più della sua modella, musa e moglie, ma la metà di un duo in cui vita privata e pubblica non hanno avuto confini netti». E se Dalí fin da bambino, come testimoniano le deliziose foto esposte, ama travestirsi, da artista dà grande importanza nei dipinti agli abiti: la tenuta da marinaretto, ad esempio, è ricorrente. In una delle prime sale incontriamo il guardaroba di Gala contornato da dipinti di Dalí che lo richiamano su tela. Nel ’36 comincia il leggendario sodalizio con Elsa Schiaparelli e uno dei meriti della mostra è far vedere quanto Dalí sia ancora presente nelle collezioni più recenti della maison. Peccato solo non siano esposti alcuni dei pezzi più celebri, come l’Abito Aragosta (sono tutti in mostra al Victoria and Albert Museum di Londra). Nel frattempo, Dalí, che dal ’40 al ’48 è negli Stati Uniti, collabora con i grandi magazzini e porta la sua arte in vetrina. Sala dopo sala, seguiamo le sue collaborazioni, una volta tornato in Europa, con Dior e Chanel, tra abiti e accessori, produzioni teatrali e gran balli, come il celeberrimo «Ballo del Secolo» del ’51, a Palazzo Labia di Venezia. Ormai Dalí è un personaggio, oggi si direbbe «un influencer»: nulla del suo aspetto è lasciato al caso. La mostra compie un salto audace negli anni Sessanta: i filmati ci riportano agli happening organizzati tra la tenuta di Portlligat e la dimora di Parigi quando l’artista collabora con Paco Rabanne ed elegge a musa Amanda Lear. Il percorso termina con una riflessione sul tema del corpo frammentato con l’esposizione di gioielli a forma di occhi, mani e labbra e rievoca il simbolo inquietante del manichino nel dipinto «Figura. Manichino di Barcellona», chiusura perfetta di questa mostra.

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