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Arte e Storia

Man Ray, che dipinse la realtà con il bianco e nero

A mezzo secolo dalla morte, la Fondazione Magnani Rocca dedica una rassegna al fotografo che ha rivoluzionato le arti visive del ’900, cinema compreso

Foto di Man Ray

«Avete mai provato a guardare un Veronese o un Vermeer attraverso una lente rossa? Diventano moderni come una fotografia in bianco e nero. E con quanta frequenza i pittori guardando una riproduzione in bianco e nero delle loro opere hanno avuto l’inconfessata impressione che fosse migliore dell’originale!». Così Man Ray nel suo corsivo La fotografia non è arte, sulla rivista View nel 1943, puntava a valorizzare la fotografia in bianco e nero. Ma chi è stato Man Ray (pseudonimo di Emmanuel Radnitzky, nato nel 1890 a Philadelphia e morto nel 1976 a Parigi)? Forse la migliore, ma più ostica, definizione la fornì Gertrude Stein precisando che «Man Ray è Man Ray è Man Ray» che non è un gioco di parole, ma un’incisiva affermazione sull’essenza intrinseca dell’uomo. La definizione è ostica perché Man Ray «è Man Ray», sorta di Leonardo da Vinci del XX secolo che cavalca furiosamente, assetato di ciò che questo secolo offre in termini di innovazione tecnica, lavorando in Europa con i canoni dada, a New York con Duchamp, a Parigi con il surrealismo, giungendo fino ad Hollywood.

Sbrigativamente, e genericamente, qualificato come fotografo, Man Ray è capace di spostarsi rapsodicamente dalla pittura all’utilizzo di oggetti che rende autentiche sculture, dalla realizzazione di brevi film alla stesura di poesie senza parole, nelle quali il silenzio diviene mistico e la parola diventa superflua, bastando la percezione, dapprima visiva e, in seguito, emotiva. Man Ray è geniale inventore (come l’autore della Gioconda, creatore di mille meraviglie che anticipano i tempi) di nuove tecniche quali la rayografia, l’impressione di una carta fotosensibile/pellicola senza il ricorso ad alcun tipo di macchina fotografica. Come precisa Ian Jeffry «Theo Ballmer e, in Francia, Man Ray realizzarono fotogrammi utilizzando oggetti e carta fotosensibile, senza macchina fotografica. Realizzare un fotogramma era praticamente come gettare un dado, esporsi alla casualità, eppure di solito nei fotogrammi pubblicati emergono netti i profili di oggetti compatti, come uova, guanti, perle e molle di orologio, ripresi su sfondi scuri. Sembrano versioni semplificate di incisioni cubiste, simili anche per la gamma di soggetti». Pare di sentire un critico d’arte discettare sui quadri di Braque. Oppure la solarizzazione, il far emergere, in fase di sviluppo della pellicola, i contorni dei soggetti ritratti, quasi sembrassero dei ritocchi come nei quadri. Nelle foto con cui fotografa modelle nude, Man Ray ricorre a questa tecnica, valorizzando l’aspetto quasi metafisico e nobile delle figure, si trattasse indifferentemente di popolane oppure delle sue predilette muse. Una delle più celebri istantanee (surrealiste) di Man Ray fissa la musa Kiki de Montparnasse, a guisa di violoncello, con le due chiavi tipiche degli strumenti ad arco ben nette sulla schiena e con un turbante sulla testa in omaggio a La grande odalisque o alla Grande baigneuse di Ingres (la foto è nota come Violon d’Ingres).

Solo per rimarcare la rilevanza che ebbe Man Ray nella cultura di ogni rango vale la pena di ricordare il film, del 1971, Il merlo maschio di Pasquale Festa Campanile. La scena in cui Lando Buzzanca suona Laura Antonelli con l’archetto, come un violoncello, è ripresa in una delle locandine: sulla schiena dell’attrice ci sono due chiavi di violino, omaggio a quest’artista totale. Uno sperimentatore di tecniche d’avanguardia allorquando molti intellettuali coevi ritenevano la foto medium non annoverabile nel gruppo delle arti elevate. Ma l’Oggetto indistruttibile (foto del 1923 con cui Man Ray ritrae un metronomo munito di un occhio che compare, altro omaggio, sulla copertina dell’Lp Synchronicity dei Police) scandiva il tempo e sgretolava gli anacronistici preconcetti esistenti al punto che Giancarlo Pellegrini, presidente del Circolo fotografico milanese nel 1935, sulla rivista Galleria, precisava che «non si ritornerà al ritratto statico ed immobile al modo dei pittori: il ritratto posato è pittura; per questo c’è l’artista pittore, il quale, per l’essenza stessa dell’arte sua complessa deve eseguire l’opera in un seguito imprecisato di pose: si capisce, allora, ci si rende conto, come il soggetto debba generalmente adagiarsi in un atteggiamento di riposo, che da tutta l’espressione dell’opera inevitabilmente trasparisce. Ma all’obbiettivo fotografico un attimo basta, per ritrarre quello che vede; ed allora si comprende facilmente come un atteggiamento statico all’opera fotografica non si addica affatto».

La lezione che impartisce Man Ray è che la fotografia costituisce un prolungamento estensivo (in senso evolutivo) della pittura (e delle arti figurative). Grazie ed in virtù delle nuove tecniche, la pittura viene dilatata, estesa e completata, costituendo una modalità di lettura delle cose totalmente nuova e integra un linguaggio potenzialmente sconfinato se non con i limiti paradossalmente illimitati, che l’ingegno umano può avere. «Non fotografo la natura, ma la mia fantasia», spiegava Man Ray e, in questa ricerca dell’espressione spirituale ed emotiva, è accomunabile al pittore russo, padre dell’arte astratta, Vasilij Kandinskij, le cui opere sono connotate dall’investigazione di una indagine emotiva e dalla capacità di catturare l’intimo di chi guarda, attraverso i colori, il dinamismo, le forme geometriche, trasportandolo in un viaggio spirituale. Esattamente come Man Ray che, con le sue opere, ancorché prive del colore di Kandinskij, coinvolge attivamente lo spettatore al quale comunica emozioni attraverso una fotografia che trasforma in opere d’arte d’avanguardia il tempo delle figure umane ritratte, degli oggetti immortalati, della bellezza sottilmente erotica delle sue muse. L’eredità di Man Ray nel campo della fotografia è sterminata, come moltissimo, allo stesso, devono il cinema espressionista tedesco ed il neorealismo italiano. Il bianco e nero finisce per diventare non solo una tecnica fotografica di cristallizzazione della realtà ma, soprattutto, un prolungamento dei confini dell’arte figurativa e della pittura. Per apprezzare compiutamente Man Ray, la mostra Man Ray: tutto, fino al 13 dicembre 2026, presso la prestigiosa Fondazione Magnani-Rocca, a Mamiano di Traversetolo (Parma). Curata da Walter Guadagnini, Mauro Carrera e da Stefano Roffi sarà la più esauriente esposizione mai dedicata a Man Ray in Italia con oltre 250 pezzi proposti al pubblico. Inoltre, il giorno 13 settembre, presso la Scuola di Arti e Mestieri F. Bertazzoni a Suzzara (Mantova) si è tenuta la ventiseiesima edizione di Arte in Arti e Mestieri, concorso artistico cui aderiscono autori di tutt’Italia che hanno voluto omaggiare il genio di Man Ray. «Dipingo ciò che non posso fotografare. Fotografo ciò che non voglio dipingere. Dipingo l’invisibile. Fotografo il visibile» affermava Man Ray, dalla cui lezione non si smette mai di apprendere.

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