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Arte e Storia

Il futuro del corpo nell’arte contemporanea

Una suggestiva mostra a Padova esplorerà un tema cruciale dell’esistenza umana attraverso lo sguardo di 17 pittori

Chiara Calore - Leggera

Alla Galleria Civica Cavour di Padova, dal 5 settembre al 4 ottobre, un’interessante mostra intitolata “Sul futuro del corpo” affronta una delle questioni più urgenti della contemporaneità: che cosa resta del corpo nell’epoca in cui la nostra identità viene continuamente fotografata, registrata, misurata e trasformata in dato? La risposta del progetto a cura di Barbara Codogno non passa dalla celebrazione del nuovo, né dalle consuete fascinazioni per il post-umano e la tecnologia. Codogno compie una scelta curatoriale precisa: riportare il corpo alla sua dimensione materiale, alla carne, alla pelle, alla vulnerabilità, alla memoria. È una scelta che trova una sintesi ideale nelle parole di Paul Valéry, «Il più profondo è la pelle», poste quasi come soglia concettuale dell’intero percorso. Diciassette artisti della nuova figurazione europea — Radu Belcin, Enrica Berselli, Luca Bidoli, Greta Bisandola, Angelo Brugnera, Chiara Calore, Fabbio Copercini, Chandra Fanti, Angelo Giordano, Alfio Giurato, Maurizio L’Altrella, Julio Larraz, Nunzio Paci, Flavia Pitiș, Stefano Reolon, Nicola Samorì e Markus Schinwald — sono riuniti attraverso 55 opere, molte delle quali di grande formato. Ne emerge una costellazione volutamente eterogenea, nella quale pittura e scultura non illustrano un tema, ma diventano strumenti per attraversarlo. È proprio qui che si riconosce la cifra della curatela di Codogno. La mostra non pretende di definire il corpo: lo mette in tensione. Identità, memoria, desiderio, controllo, appartenenza, sacro e trasformazione non vengono organizzati come capitoli separati, ma come forze che continuamente si sovrappongono. Il corpo contemporaneo è infatti un paradosso. È più visibile che mai, ma questa esposizione suggerisce quanto possa essere, nello stesso tempo, più lontano da noi. Gli algoritmi lo riconoscono, i dispositivi lo archiviano, le immagini lo moltiplicano; la rappresentazione rischia così di prendere il posto della presenza. Codogno parte da questa frattura senza trasformarla in una facile denuncia della tecnologia. La sua attenzione è rivolta piuttosto a ciò che la tecnologia non riesce completamente a sostituire: la fisicità dell’esperienza. Da questo punto di vista, la scelta della pittura e della scultura è tutt’altro che nostalgica. È, anzi, una scelta radicalmente contemporanea. Il gesto pittorico conserva il tempo della sua esecuzione; la materia porta con sé la traccia dell’intervento dell’artista; l’errore, la deformazione, la superficie, la stratificazione restituiscono all’immagine quella dimensione irriducibile che l’immagine digitale tende a cancellare. «La pittura e la scultura diventano così strumenti di resistenza», afferma Codogno. Ed è forse questa la tesi più forte della mostra. Resistere significa restituire peso al corpo, sottrarlo alla pura circolazione delle immagini e riconsegnarlo alla sua fragilità. La carne, come l’opera, non è perfetta, non è definitiva, non è infinitamente replicabile: cambia, invecchia, si deteriora, conserva le tracce di ciò che ha vissuto. In questo senso, il titolo Sul futuro del corpo contiene già un’ambiguità fertile. Non promette una previsione sul corpo che verrà, ma invita a interrogare il presente attraverso il suo possibile futuro. Che cosa accadrà all’identità quando il corpo sarà sempre più mediato dalle immagini? Che cosa resterà della memoria quando ogni esperienza potrà essere registrata? E soprattutto: possiamo immaginare un futuro dell’umano senza confrontarci con la sua dimensione corporea? Il percorso costruito da Codogno sembra rispondere negativamente. Il futuro, nella sua prospettiva, non coincide con l’abbandono del corpo, ma con una sua nuova consapevolezza. Il corpo torna a essere archivio vivente, luogo in cui si depositano esperienze personali e collettive, ma anche spazio politico, perché è sul corpo che si esercitano controllo, norme, desideri e forme di appartenenza. È significativa, allora, anche la presenza di una dimensione spirituale e simbolica accanto a quella più propriamente fisica. Il sacro non appare come un elemento estraneo alla contemporaneità, ma come una delle modalità attraverso cui l’uomo continua a interrogare il proprio limite. La vulnerabilità del corpo diventa così non soltanto una condizione biologica, ma una domanda sulla dignità, sulla relazione e sulla possibilità stessa di essere umani. Anche il riferimento alla Magnifica Humanitas, l’enciclica di Papa Leone XIV sulla custodia della persona umana nell’epoca dell’intelligenza artificiale, si inserisce in questo orizzonte. Il richiamo alla dignità irriducibile della persona dialoga con la mostra proprio nel punto in cui l’opera d’arte rifiuta di considerare il corpo come semplice immagine da consumare o dato da ottimizzare. Il merito principale di Barbara Codogno è dunque quello di aver evitato una mostra tematica nel senso più prevedibile del termine. Non una successione di opere accomunate dalla presenza della figura umana, ma un’indagine sulla condizione del corpo attraverso linguaggi, sensibilità e immaginari differenti. La pluralità degli artisti non indebolisce il progetto: al contrario, ne rende visibile la complessità. Sul futuro del corpo chiede allo spettatore di guardare nuovamente ciò che forse crede di conoscere meglio: il proprio corpo, la propria immagine, la propria vulnerabilità. E lo fa affidandosi alla lentezza della materia contro la velocità della riproduzione, alla presenza contro la sostituzione, all’imperfezione contro l’ottimizzazione. Alla fine del percorso, il futuro evocato dal titolo appare meno come un territorio ancora da conquistare che come una domanda rivolta al presente. Finché il corpo resterà capace di conservare memoria, desiderio, ferita e trasformazione, resterà anche uno dei luoghi più ostinati della nostra libertà.

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