Il settantesimo anniversario degli eventi del 1956 offre un’occasione preziosa per tornare a meditare sui valori, gli obiettivi e le ragioni che la letteratura ha tentato di esprimere nel corso della modernità. Rileggere oggi i dibattiti seguiti al XX Congresso del Partito comunista dell’Unione Sovietica, alla diffusione del rapporto Krusciov e agli avvenimenti di Budapest significa confrontarsi con un’esperienza che evoca un Novecento ormai lontano, ideologico e segnato dalle contrapposizioni della Cortina di ferro. Ancora oggi il cambio di pressione scaturito nel corso dell’«indimenticabile 1956», quando furono in molti ad affrontare una stagione di ripensamenti, appare emblematico delle tensioni che attraversano buona parte della cultura contemporanea, sempre in bilico tra le rivendicazioni della propria autonomia e la
politique d’abord.
In questo sofferto rapporto si ritrova un vulnus forse irrisolvibile, che sembra condannare politica e letteratura a una reciproca incomunicabilità. Il corso degli eventi conduce quasi sempre allo stesso bivio: da un lato, la condizione ufficiale del maître à penser e dell’intellettuale organico; dall’altro, i contestatori, una categoria che, secondo uno stimolo di Maurice Nadeau, potrebbe consentire di ricostruire una storia della cultura attraverso le sue secessioni nei confronti del potere. In questo percorso i dibattiti scaturiti attorno al 1956 rappresentano certamente un caso d’interesse per indagare gli scambi tra le due sfere e non dovrebbe stupire se addirittura uno scrittore come Italo Calvino arriva a inserire un’allegoria politica all’interno di un racconto dalle atmosfere solo apparentemente favolose dei romanzi marinareschi di Conrad e Melville. «Fu una bonaccia che nessuno s’aspettava durasse tanto addirittura per degli anni, là al largo delle Antille, e con un’afa, un cielo pesante, basso, che pareva fosse lì lì per scoppiare in un uragano». Al di sotto della finzione della Gran bonaccia delle Antille così il titolo dell’apologo pubblicato su Città aperta nel 1957 , si nasconde una satira che prende di mira il Partito comunista. Gli avvenimenti dell’anno precedente sono oggetto di una trasfigurazione che fornisce all’autore il lievito per l’ideazione del suo racconto. Qui un anziano zio Donald racconta ai suoi nipoti di quella «grande bonaccia» che impedì al galeone britannico su cui era imbarcato, capitanato dal leggendario ammiraglio Drake, di assalire il vascello della flotta spagnola, fedele al cattolicissimo re di Spagna e bloccato a un solo tiro di cannone a causa della mancanza di vento. La perdita dello slancio dell’immediato do poguerra, le difficoltà a rinnovarsi e l’incapacità dimostrata dal partito di Togliatti nel condannare l’intervento militare in Ungheria vengono individuate come i sintomi di una direzione politica caratterizzata da strategie ambigue e da quello che si potrebbe definire un regime di doppia morale, che ben poco spazio concede ai valori resistenziali del la giustizia, della democrazia e della libertà. L’invito a rimanere uniti, a muoversi con cautela e «senza colpi di testa», ma soprattutto a non parteggiare assolutamente per i ribelli di Budapest, dietro ai quali si nascondeva secondo la dirigenza del Pci una pericolosa contro rivoluzione, era stato immediatamente rispedito al mittente da parte di Calvino e di tutti quei letterati mossi da una passione politica quasi istintiva, forgiata dall’esperienza della Resistenza e refrattaria a qualsiasi compromesso con il cinismo e l’opportunismo dei partiti. Ricostruire il dibattito andato in scena sulle pagine dei periodici nel corso del 1956 costituisce così un’occasione per misurare il grado effettivo dell’impegno degli scrittori, per compierne cioè la «verifica dei poteri», come avrebbe scritto Franco Fortini, e analizzarne la tensione etica e la responsabilità sociale e insieme le ambiguità e le tendenziosità. In questo senso l’annata del 1956 è certamente una delle stagioni più ricche di appelli, dichiarazioni e polemiche, e per darne un conto, anche sommario, non si può che partire dal «Manifesto dei 101», così rinominato dal numero dei firmatari, tra i quali spiccano alcuni degli intellettuali comunisti più in vista del periodo, come Carlo Muscetta, Renzo De Felice e Natalino Sapegno. «La coscienza democratica e il sentimento di umanità dei lavoratori e di tutti gli uomini onesti reagiscono con la forza delle grandi passioni civili alle notizie divenute di giorno in giorno più drammatiche» si legge nelle righe di apertura. Inizialmente destinato al dibattito interno, la diffusione di questo documento sulla stampa nazionale alimenta un vero e proprio terremoto, che conduce parte dei sottoscrittori (tutti militanti del Pci) a ritirare la propria adesione al manifesto, ritrattando così il loro dissenso nei confronti della linea ufficiale imposta dai dirigenti. Sono numerosi, invece, i compagni di strada, come erano stati definiti i simpatizzanti del partito di Togliatti, che si dissociano una volta per tutte dal movimento comunista. I nomi di Cassola, Gatto, Montale, Moravia, Silone, Vittorini e di molti altri si possono infatti ritrovare nell’appello rilanciato dai settimanali L’Espresso e Il Mondo nei primi giorni di novembre. L’accusa all’intervento russo è questa volta esplicita: «Gli intellettuali, scrittori, artisti italiani, riaffermando il tradizionale impegno di libertà che ha sempre unito, al di là dei confini e delle differenze ideologiche, i rappresentanti della grande cultura europea, condannano l’ingiustificabile aggressione consumata dall’Urss contro il popolo ungherese». Ciò che più colpisce chi si avvicina per la prima volta a questo dibattito è insomma la sensazione di una generale indignazione e di un disorientamento condiviso, che accomuna tanto i comunisti dissidenti come Calvino, in aperta rottura con il Pci, quanto il vasto mondo dei liberali, dei cattolici e dei socialisti che trovarono nella repressione sovietica un argomento pressoché incontestabile per dimostrare i rischi del totalitarismo. All’indomani dell’entrata dei carri armati a Budapest è ad esempio Pier Luigi Contessi, il giovane direttore del «Mulino», a invitare a un serio esame di coscienza: «È oramai necessaria una vera autocritica, non più, ora, dei comunisti che a nulla servirebbe e che nessuno richiede poiché si tratta di cosa che riguarda le loro coscienze , ma degli uomini liberi». Ciò che è avvenuto, spiega nelle pagine d’apertura del numero di dicembre, è una dichiarazione di guerra rivolta a tutti coloro che riconoscono nella libertà il valore fondamentale dell’umanità.
