La conferenza di Durban, iniziata il 31 agosto 2001, è stata una svolta. È stata la moderna Wansee che ha programmato la distruzione del popolo ebraico. Io ero là per la Stampa, il sentore di marcio già emanava dalla preparazione del grande raduno «contro il razzismo» indetto dall’Onu con la presenza di un numero enorme di Ong, circa tremila, tutte col coltello fra i denti per dimostrare che il vero grande nemico, sotto l’egida dei diritti umani, era Israele. È là che riprende, più ancora che con la risoluzione sionismo uguale razzismo del 1975, la strada di Stalin che aveva iniziato e teorizzato nel 1952-53 la nuova grande caccia all’ebreo inventando la congiura dei medici ebrei e il processo Slansky. L’ eccidio sistematico di ebrei e la loro deportazione vennero interrotte dalla morte del dittatore nel 1953. Ma con teorici come Maxime Rodinson o Francis Cremieux si disegnano tutte le premesse per dichiarare Israele il nuovo nemico dell’umanità: le prese di posizioni che portano fino a Durban dicono che «il governo israeliano è da tempo semplicemente un agente dell’imperialismo americano.
La condanna a morte per Israele va di concerto a Durban per la prima volta, con l’assoluzione preventiva del terrorismo compiuto da «combattenti per la libertà» e non dai criminali di Monaco o di Fiumicino. Alla manifestazione nelle strade dissestate della periferia di Durban, pochi giorni prima dell’11 settembre, la folla marciava sulla strada poldietro ritratti di Bin Laden, sulla strada polverosa. Quando lo dissi al giornale, la Stampa a quel tempo, mi risposero dicendo che avevo una fissazione con quel povero pastore saudita. La conferenza fu organizzata dall’Onu ormai conquistata dai grande schieramenti terzomondisti e islamici che garantivano sempre la maggioranza all’Urss (lavoro geniale di Kruscev). «Sionismo eguale razzismo», la risoluzione del 1975, fu una postilla della condanna a morte dell’ebraismo. Israele era il nuovo obiettivo dell’antisemitismo. Ogni verità era obliterata: il tentativo direi disperato di Israele di condividere il territorio, di cederne la metà al mondo arabo, fu respinta ad ogni occasione. Nel 2000, dopo che Araaft era stato riportato a Gerusalemme, nonostante la sua impressionante scelta terrorista, si aprì la seconda intifada.
Quando si arriva a Durban siamo in piena Intifada, i documenti preparatori del congresso sono stati scritti e discussi a Strasburgo, a Santiago, e, sorpresa, a Teheran, dove dal 1979 regnava il regime islamista la cui pietra di fondazione consiste nella distruzione dello Stato di Israele. A Durban, convergono Fidel Castro, Arafat, Mugabe, e si impianta la questione ebraica nel cuore della richiesta di restituzione di miliardi a causa dello schiavismo; ovviamente Israele non ha niente a che fare con questa storia, ma viene considerata come il male assoluto: il palestinismo di Durban prevede infatti che Israele sia razzista, sia imperialista, sia colonialista e genocida quindi anche schiavista. Tutti aggettivi privi di senso se riferiti a un Paese che si armerà solo quando si accorgerà, risvegliandosi dal sogno, di rischiare la vita di nuovo; e tuttavia seguiterà a consegnare pezzi ingenti di territorio per cercare la pace.
A Durban avevo preso in affitto una camera dentro un recinto con alte mura, la condividevo con una giornalista di Repubblica che era entusiasta che le fosse dato incontrare nei corridoi Fidel Castro e gli altri idoli del tempo, con un po’ di fortuna anche Mandela. C’era la conferenza ufficiale, il regno di Mary Robison, che fingeva di moderare la parte internazionale, di trattenerla da risoluzioni troppo aspre che in realtà erano state programmate sin dall’inizio; e lo stadio e altri centri di riunione delle Ong, che sfogavano il loro odio antisemita in ogni modo, volantini, discorsi, canti, autentiche cacce fisiche agli ebrei. Mi è capitato diverse volte di correre via andando a cercare rifugio in un edificio di proprietà delle comunità locale, dove si poteva anche trovare qualcosa da mangiare. Migliaia di membri delle Ong indossavano una maglietta su cui il ritratto di Mohammed al Dura era stampato insieme al logo della conferenza, la produzione di volantini sulla sofferenza palestinese non aveva fine, gli ebrei venivano raffigurati con missili, coltelli, sangue che gli colava dalla bocca, bambini uccisi. La parola genocidio era comune già allora: Fidel dal podio, in una sala affollata e scura, mentre chiedeva la riparazione economica a interi continenti per la schiavitù e la colonizzazione spiegava così: «i popoli prendano in mano la storia. Si chiedano giuste ricompense. Si lotti contro il terribile genocidio perpetrato oggi contro i nostri fratelli palestinesi dal leader di estrema destra (Sharon, ndr) che agisce in alleanza con le superpotenze egemoniche». Arafat festeggiava l’assunzione universale del suo punto di vista, «espressione del complotto coloniale razzista. Di sradicamento e di conquista della nostra terra, complotto guidato da una discriminazione razziale suprematista». Insomma erano finalmente riunite le truppe di quella guerra mondiale che pochi giorni dopo ebbe la sua espressione nell’attacco alle Tween Towers.
Lo stupore e anche l’incredulità israeliana e americana furono enormi: con tutto quello che gli ebrei avevano attraversato e stavano soffrendo con l’Intifada, sembrava un incubo il trovarsi di nuovo davanti a un’aggressione così larga, così insensata, così contraria al diritto all’autodeterminazione e alla difesa, alla stessa natura liberal democratrica del Paese, di cui una parte è composta da arabi integrati ormai nella storia del Paese. La due delegazioni incriminate ci misero giorni a decidere di andarsene. Alla fine USA e Israele dovettero lasciare il campo. Canada e Europa rimasero, cercando un impossibile compromesso. L’Europa ripropose di mettere l’Olocausto come peggiore espressione del razzismo nei documenti finali. Gli interventi dei due delegati Renato Ruggero e Yoshka Fisher furono perplessi e moderati. Nei corridoi, la bravissima Margherita Boniver era l’unica a capire fino in fondo le lacrime. Fisher ebbe la forza di dire che il diritto degli ebrei al loro Stato era indiscutibile. Ma tornò sul diritto dei Palestinesi a uno Stato, e dimenticò di nuovo che mai, dal 1948, Israele lo ha messo in discussione con le sue mille offerte. Al contrario, la negazione del diritto degli ebrei ad avere il loro Stato come ogni altro popolo, è arrivato al parossismo del 7 ottobre. E di nuovo l’Onu si è schierato contro Israele, come a Durban, così con le parole di Guterrez, che invece di disperarsi e condannare, reagì con la famosa frase «Doesn’t come in a vacuum». No, è vero, non avviene nel vuoto, Durban è una pietra miliare del disastro antisemita che oggi di nuovo tortura il mondo, e l’Onu è il suo Profeta.
