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Arte e Storia

La diplomazia dell’arte nell’antichità globale

A Milano, le opere sorprendenti che mostrano la reciproca influenza delle civiltà del Mediterraneo e oltre

Mostra antichità Milano

«Questa è una mostra archeologica, ma non ci sono misteri. A noi piace l’archeologia della ragione, quella che riporta alla luce gli oggetti. E per questo avevamo bisogno di uno spazio pieno di luce», ci dice Salvatore Settis, 85 anni così ben portati, archeologo e storico dell’arte di quelli che non hanno bisogno di presentazioni.

Ci muoviamo negli spazi ampi, circondati da vetrate del Podium di Fondazione Prada, a Milano: sono ariosi nonostante la giornata novembrina. La mostra di cui andiamo a parlare, concepita da Settis, è stata firmata da un altro decano, l’archistar olandese Rem Koolhaas (che a Prada è di casa: ha disegnato lui l’iconica Fondazione, inaugurata undici anni fa). Global Antiquity: Cultural Interactions in Afroeurasian Space 600 BCE-1000 CE, curata da Settis con Anna Anguissola e Chiara Ballestrazzi, indaga la fitta rete di costellazioni (leggi: relazioni artistiche, commerciali, politiche e culturali) che hanno unito il Mediterraneo all’Asia per oltre milleseicento anni e si può visitare fino al 1° marzo.

Ha lavorato al progetto un numero notevole di esperti di vari settori, i prestiti (150 le opere) arrivano da mezzo mondo (MET di New York, Getty di Los Angeles, British Museum di Londra, il Louvre di Parigi, il Prado di Madrid, e poi i Vaticani, i Capitolini, l’Archeologico di Pompei e quello di Napoli). Mancano solo due pezzi, rappresentati simbolicamente in teche vuote: sarebbero dovuti arrivare dal Museo Nazionale di Storia dell’Ucraina di Kiev, ma non è stato possibile a causa della guerra.

Il presente domina questa mostra di archeologia. La chiave di lettura di Settis: «Nel mondo antico parliamo di globalità: non è la nostra globalizzazione. Quest’ultima è un fenomeno rapido, che si muove dall’alto in basso, che vede potenze egemoniche e altre succubi. La globalità antica è invece un processo lento, fatto di scambi, reciprocità e curiosità». C’è una lezione da imparare? «Questa mostra è una costellazione di microstorie che dimostrano che da sempre le culture si ibridano», dice Settis. Oggi parliamo di soft power, non è poi così diverso.

A proposito di storie: le si scova seguendo le quattro direttrici dell’allestimento in vetro e metallo di Koolhaas e c’è un’utile guida cartacea che le indica (convergenze, simmetrie, intersezioni, migrazioni). Il meglio, però, è lasciarsi guidare dalle libere associazioni dello sguardo tra tanti reperti (le didascalie, peraltro, riescono nell’arduo compito di dire tanto con poco).

Tra le storie la più seducenti c’è quella del Buddha di Berenice, scoperto recentemente, nel 2022, sulla costa egiziana del Mar Rosso e per la prima volta esposto in Europa. Berenice era un avamposto per il commercio degli elefanti da guerra e ottimo snodo commerciale verso l’India, la penisola arabica e il Golfo. In un santuario egizio è stata trovata questa piccola, deliziosa statua del Buddha, testimonianza diretta della presenza di una comunità indiana e buddista in zona. La sculturina è di un marmo bianco assente nella regione, pare arrivi dalle Cicladi. Quindi ci troviamo davanti a una statua votiva ibrida: scolpita in pietra ellenica in un tempio egizio, che però all’epoca era sotto l’Impero Romano, era venerata da un commerciante indiano che lì viveva. In mostra c’è anche un minuto e raffinato Buddha vesuviano emerso dagli scavi: che cosa ci faceva nell’armadietto di una casa pompeiana? «Non lo sappiamo», dice Settis.

La mostra si apre con un trittico maschile (un busto romano con acconciatura indiana, un Buddha e una testa di filosofo orientaleggiante), e si chiude con un altro trittico sulla trasformazione della rappresentazione del Buddha in quella di un santo cristiano, nel Medioevo: in mezzo, stele bilingui e rimandi continui tra il Mediterraneo e l’Oriente, ben oltre la nota Via della Seta.

Una sala azzarda la suggestione (ma sono state fatte anche ricerche diagnostiche) che il Leone di San Marco derivi da una certa iconografia dei draghi cinesi. A un sincretismo così non avevamo mai pensato, ma se Fondazione Prada indaga a questo livello di profondità (e dispiego di mezzi e investimenti: siamo alla quarta mostra) sul mondo antico, forse è da lì può arrivare una lezione utile a maneggiare meglio il presente.

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