Amici mi hanno fatto vedere la fotografia di un acquerello dei primi del Novecento. Un lago, una parete di roccia, un cielo grigio chiaro. Niente di che, ho pensato. Ma non l’ho detto.
Per educazione, e perché immaginavo si trattasse della fatica domenicale di un nonno, ho recitato la formula di circostanza: «Interessante. Delicato. Un bel ricordo».
E loro, con la calma di chi aspettava soltanto quello: «Riesce a leggere la firma?».
La firma è in verde, in basso a destra. Adolf Hitler 1913. Sul cartone di supporto, in inchiostro nero: «Adolf Hitler München 1913».
Delicato. L’avevo appena detto io.
Diciamolo subito, per non perdere tempo in eleganze: Hitler è ripugnante. Non c’è aggettivo che gli stia meglio addosso. E ripugnante è quel nome scritto a pennellino verde sotto una montagna, perché ci obbliga a guardare con occhi sporchi una cosa che di per sé sarebbe pulita.
L’acquerello misura diciannove centimetri per sedici. Un lago sulla sinistra, verde e azzurro cupo. A destra la roccia che occupa metà del foglio. Una spiaggia in primo piano. Qualche nuvola sull’orizzonte. Nient’altro. Nessuna uniforme, nessuna svastica, nessun presagio. È una veduta educata, di quelle che si vendevano ai turisti.
Nel maggio di quell’anno il pittore se ne era andato da Vienna. Aveva ventiquattro anni, campava vendendo vedute e cartoline, e aveva un ottimo motivo per cambiare aria: si sottraeva alla leva austriaca. Lo rintracciò la polizia nel gennaio 1914. Si presentò a Salisburgo, fu dichiarato inabile al servizio. Sette mesi dopo si arruolò volontario nell’esercito bavarese. Ecco il ragazzo che dipinge quel lago tranquillo: un renitente in fuga da un ufficio di leva.
Mettiamo a posto anche la faccenda artistica. Era mediocre. All’Accademia di Belle Arti di Vienna lo bocciarono due volte, nel 1907 e nel 1908, e la seconda volta non lo ammisero nemmeno alla prova. Il professor Griepenkerl liquidò il saggio con una formula che oggi fa impressione: «Troppe poche teste».
Il giudizio non è cambiato. Un mercante berlinese, chiamato a stimare uno di questi fogli, ha detto la verità con brutalità commerciale: se cammini lungo la Senna e trovi cento artisti, ottanta sono meglio di questo. Quel che conta è il nome scritto in basso. John Gunther, che vide i disegni presentati all’Accademia, li descrisse come schizzi da architetto: linea esatta, nessun ritmo, nessuna immaginazione.
Nel 1913 Picasso, Kandinskij, Klimt stavano riscrivendo il linguaggio del secolo. Lui copiava montagne. Non è un pittore respinto dalla storia dell’arte. È un pittore che la storia dell’arte non ha mai avuto motivo di convocare.
E però in questi acquerelli c’è una cosa che vale più di qualunque perizia.
Non ci sono persone.
Scorrete i suoi soggetti: palazzi, chiese, cortili, strade, montagne, laghi, case di campagna. Architetture. Pietra. Acqua. Cielo. Di esseri umani quasi mai nulla, e quando compaiono sono macchie di colore messe lì a riempire una prospettiva. Non un volto. Non uno sguardo. «Troppe poche teste», aveva scritto il professore. Non immaginava di consegnare alla storia una diagnosi.
Allora quel paesaggio non è delicato, come avevo detto io per educazione. È vuoto. Non è innocente: è disabitato. La quiete che crediamo di vedere in quel lago è semplicemente l’assenza di chiunque.
Attenzione, non sto dicendo che un esame andato male produce Auschwitz. Sarebbe una scemenza consolatoria, e di scemenze consolatorie su Hitler ne abbiamo sentite abbastanza. Una bocciatura non genera una guerra mondiale, e milioni di persone vengono bocciate senza sterminare nessuno.
Dico un’altra cosa. L’uomo che non sapeva disegnare una faccia è lo stesso che poi ha trattato milioni di facce come numeri su un elenco. Non è una spiegazione. È una coincidenza che mette i brividi, e le coincidenze che mettono i brividi meritano di essere guardate in faccia invece che archiviate.
Perché è questa la parte scomoda. Siamo abituati a immaginarci i grandi criminali già dentro la loro uniforme, perché così sono diversi da noi e possiamo dormire. Invece prima del dittatore c’era un ragazzo con una scatola di colori, un affitto da pagare e un ufficio di leva da evitare. La normalità viene sempre prima dell’orrore. Nessuno mette le didascalie sotto gli uomini prima che diventino pericolosi.
Non ho titolo per dire se quel foglio sia autentico, e non è la cosa che mi interessa. Si dice che il diavolo si nasconda nei particolari. Se è vero, quel vuoto di volti fa pensare a un’autenticità obbrobriosa. Ma è un’impressione, non una perizia.
Resta il foglio. Un uomo, quattro colori, una montagna.
E la montagna, in quel foglio, sembra molto più grande di lui.
Hitler avrebbe tentato di conquistare mezzo mondo e di piegare la storia alla propria volontà. Quel lago non riuscì mai a conquistarlo.
