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I compagni e gli amici delle vittime di Crans Montana in tv ad un mese dalla tragedia

Le commoventi parole di tre compagni di classe e amici dei ragazzi che hanno perso la vita nella strage di Capodanno

I compagni e gli amici delle vittime di Crans Montana in tv ad un mese dalla tragedia

È passato un mese dal maledetto Capodanno di Crans-Montana, con il fuoco che si è portato via 41 persone. Difficile farsene una ragione. Soprattutto per i familiari, ma anche per gli amici. Per la prima volta alcuni di quegli amici delle vittime sono andati in tv, al programma Bella Ma' (Rai Due), condotto da Pierluigi Diaco, per ricordare chi non c'è più.

Gabriele parla di Emanuele Galeppini, la giovane promessa sedicenne del golf. "Era come un fratello, ci siamo conosciuti 4 anni fa e abbiamo condiviso insieme molte trasferte. Aveva questo sorriso che dava sicurezza e mi ha sempre fatto divertire. Vorrei che chi l'ha conosciuto porti con sé un pezzo della sua personalità per ricordarlo. Buon viaggio, fratello mio".

"La mattina - racconta Flaminia - scrivevo quasi tutte le mattine a Ema per giocare con lui, lo vedevo anche semplicemente allenarsi. Mi ricorderò per sempre quando un giorno una signora sorrise subito a Galep, perché diceva che i giovani d'oggi non salutavano più. Mi è rimasto impresso perché Galep riusciva a far sorridere tutti anche solo con un saluto".

"Emanuele era un astro nascente del nostro golf italiano", dice l'allenatore Simone Brizzolari in collegamento dal Circolo Golf e Tennis di Rapallo, in provincia di Genova. "Molto giovane ma aveva in prospettiva tutte le possibilità per togliersi delle soddisfazioni e darle anche a noi. I genitori di Emanuele sono riusciti a reagire a questa perdita terribile grazie anche al fratellino Eugenio che diverrà punto di riferimento per loro e per tutti noi".

È stato inoltre svelato il logo di "In campo con Galep", un modo per tenere sempre vivo il ricordo di Emanuele: "Abbiamo ideato con il circolo questo logo - spiega Alessandro Cau, segretario sportivo del circolo - che andrà su tutte le maglie di tutte le squadre agonistiche e ci accompagneranno per tutto l'anno. Così Emanuele sarà con noi in ogni momento della nostra attività e dei nostri ragazzi".

Un'altra vittima di Crans-Montana che viene ricordata dai suoi amici è Giovanni Tamburi. I suoi compagni di scuola del liceo scientifico Augusto Righi di Bologna gli hanno dedicato una lettera, che viene letta durante la trasmissione tv. "Ci sono momenti in cui le parole sembrano non bastare, in cui l'inchiostro sulla carta appare troppo leggero per sostenere il peso di un dolore che ha scosso le fondamenta della nostra scuola. Le pagine dei giornali hanno già scritto molto, forse troppo: hanno riportato date e ricostruzioni con la freddezza di chi osserva da lontano. Ma per chi vive tra le mura del liceo Righi Giovanni non è un nome in un titolo di cronaca: è un compagno, un amico, un alunno, un'anima che continua a respirare nei corridoi e nei pensieri di chi ha condiviso con lui la strada. Questo testo nasce per testimoniare chi è stato Giovanni, e come la comunità del Righi ha scelto di onorarlo affinché il ricordo rimanga impresso fra queste mura. Lontano dai riflettori. Il dolore si è trasformato da subito in un gesto d'amore silenzioso. Entrando nella sua aula, lo sguardo cade inevitabilmente sul suo banco. Quel posto non è rimasto vuoto, ma è stato custodito, con una devozione commovente e coperto di rose bianche".

"È un onore silenzioso - prosegue la lettera - un modo per dirgli che il suo spazio nella nostra vita è intoccabile. Ogni petalo dice che il suo posto è ancora lì, nel cuore pulsante delle lezioni, come se la bellezza di un fiore potesse colmare il vuoto lasciato dal destino. Un silenzio che si è esteso a tutta la città quando, per un minuto, ogni scuola di Bologna si è fermata su invito del sindaco. Un istante sospeso, un respiro collettivo per rendere omaggio a una vita spezzata troppo presto. Prima ancora dell'ultimo addio, la scuola e gli amici si sono stretti in una veglia profonda, un primo momento di preghiera e vicinanza per sorreggersi nell'attesa più difficile. È stata la preparazione del cuore a quello che sarebbe successo dopo. Il consiglio studentesco si è fatto voce di un bisogno viscerale, chiedendo alla presidenza e al consiglio dei docenti, un momento eccezionale di condivisione. Attraverso un'assemblea straordinaria, è stato permesso all'intera scuola di fermarsi, lasciando che la sede e la succursale si svuotassero in anticipo, per concedere a tutti di essere presenti: quel giorno, il Righi non era più un insieme di classi ma una unica famiglia che si è incamminata verso la chiesa".

"Vedere tutta la scuola unita - si legge ancora nel testo - stretta intorno ai compagni di classe, agli amici di sempre, ai familiari ha trasformato il funerale in una testimonianza di amore immenso. Ma l'abbraccio non si è sciolto dopo le esequie: per abbracciare Giovanni alla sua maniera, la comunità si è ritrovata ancora una volta domenica sera, in un momento di raccoglimento puro: ci siamo riuniti non come studenti ma come una famiglia ferita che cerca la forza di rialzarsi. Ci siamo radunati all'ingresso della scuola e, nel buio della sera, abbiamo acceso centinaia di candele, disponendole a terra fino a formare il nome Giovanni".

"Tutto attorno la luce tremolante dei ceri illuminava l'ingresso della sede, creando un calore che sfidava l'oscurità. È stato li che gli amici, i compagni di classe, il fratello, dopo aver trovato il coraggio di rompere il silenzio, hanno parlato di lui, condividendo pezzi di vita e di ricordi. In quel piazzale si sono cantate le sue canzoni preferite, portando la sua musica verso l'alto per farla arrivare dove le parole non possono: da 'Fake plastic tree' dei Radiohead ad 'Albachiara' di Vasco, a 'Le luci della città' di Coez, 'Il mio canto libero' di Battisti a 'Sogna ragazzo sogna' di Vecchioni. Le canzoni venivano intonate sottovoce con una partecipazione lieve e profonda. L'emozione sprigionata da quei brani così amati da tutti era talmente forte da far scendere una lacrima anche sul volto di chi Giovanni non lo conosceva bene. Tutto si è poi concluso con il rombo dei motori che tanto amava, che hanno squarciato il silenzio della notte. La sua passione più grande, un grido di libertà e di vita lanciato verso il cielo. È questo - si legge ancora nel testo - quello che i giornali non possono capire: tutti questi gesti non sono la risposta di una comunità che si rifiuta di dimenticare. Giovanni non è una vittima di Crans-Montana, lui è l'anima del Righi che continua a vivere in ogni gesto di solidarietà, in ogni candela accesa, in ogni rosa che profuma la sua aula. Siamo qui per ricordare non come se ne è andato, ma come ha vissuto e quanto profondamente ci ha cambiati. Perché - concludono - finché saremo capaci di stringerci così forte, finché le sue canzoni risuoneranno nei nostri raduni e il suo banco resterà fiorito, Giovanni non sarà mai davvero lontano, sarà sempre uno di noi, un 'Righino' per sempre, una luce che nessuna ombra potrà mai spegnere finché ci sarà questa comunità a raccontare la sua storia. Carpe diem".

Un'altra toccante testimonianza. Marco Zangolini parla del suo migliore amico, Riccardo Minghetti, anche lui vittima della strage di Capodano. "Io e Riccardo ci siamo conosciuti al liceo, ci siamo trovati in classe insieme. Appena conosciuto era un ragazzo incredibile, molto vivace. Quando ho saputo che Riccardo era parte della tragedia, il 1° gennaio, ho scoperto tramite un gruppo Whastapp che c'era la possibilità che Riccardo fosse uno dei dispersi, inizialmente non ci credevo. Dopodiché mi sono permesso di scrivere alla sorella Matilde per avere informazioni, e lei mi ha confermato che era lui. Da lì ho provato una sensazione indescrivibile, un dolore alla pancia. Sono stati 3-4 giorni infernali senza notizie, fino alla notizia che era una delle vittime".

"Fin da quando si è piccoli - racconta di Diaco un altro compagno, Andrea Berenato - ci viene detto che l'unica certezza oltre alla nascita è la morte. A 17 anni è difficile accettare che un coetaneo possa andarsene così bruscamente, ancora peggio in maniera così drammatica. Quando abbiamo sentito di quanto accaduto, è sconvolgente: è difficile da accettare. I 17enni di norma non muoiono, e non muoiono in questo modo. Sapere che una persona che fino a 2 settimane prima vedevo regolarmente a scuola poteva aver subito una cosa così dolorosa... La sera in cui abbiamo saputo che Riccardo era fra i dispersi, preso dall'ansia, in maniera più spensierata ho scritto in chat 'Riccà, non sei tu il disperso, vero?' Quando poi ho visto che l'ultimo accesso era all'una di notte, e l'ultimo messaggio non arrivava... è cominciata l'attesa".

Interviene anche Teresa Santoro, vicepreside del liceo Cannizzaro di Roma in cui studiava Riccardo. Racconta che "i ragazzi sono tornati a scuola il 7 gennaio, sono stati accolti da alcuni psicologi per aiutare a elaborare il lutto, abbiamo permesso loro di partecipare al funerale e ci sembrava giusto, in occasione del compleanno di Riccardo, istituire la giornata del ricordo, per tutti gli studenti scomparsi prematuramente. Abbiamo anche chiamato la protezione civile per organizzare degli incontri a scuola, per formarli sui rischi e come comportarsi in situazioni di pericoli".

Sulla scomparsa del giovane, la vicepreside racconta: "Per noi è stato un momento doloroso, abbiamo fatto come fanno le grandi famiglie: ci siamo stretti, ci siamo fatti forza l'uno con l'altro e abbiamo cercato di tornare alla normalità.

Uno dei passaggi più belli dell'omelia del funerale di Riccardo è stato: 'Riccardo ci ha lasciato un testimone, amare la vita'. E questo dobbiamo fare. Riccardo amava raccontarsi: era un adolescente che aveva paure, inquietudini legate anche ai voti ma amava raccontarsi. E le nostre chiacchierate si concludevano con il sorriso".

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