La cosa meno evidente nella vita è esattamente l’essenziale.
Saint-Exupéry lo aveva capito bene: l’essenziale è invisibile agli occhi. Non fa rumore. Non si impone. Non pretende. Sta lì, e aspetta che qualcuno si fermi. Per accorgersi dell’essenziale bisogna fare molta attenzione, molto silenzio, avere gli occhi allenati. L’interiorità è, in fondo, quel luogo dove impariamo questo tipo di attenzione.
È l’unica palestra che abbiamo. E in un mondo pieno di fracasso come il nostro, dove tutto grida per essere notato, chi non ha imparato a stare in silenzio finisce per non vedere più niente. Guarda tutto, e non vede niente. Ho pensato a questa rubrica così: come un’occasione per mettersi di lato. Non per fuggire dalla cronaca, dalla storia in cui siamo immersi fino al collo, ma per guardarla da un passo di lato. Per tentare di fissare lo sguardo sull’essenziale, nella speranza che questo serva ad aprire uno squarcio in quei muri che molto spesso costruiamo con le nostre granitiche convinzioni.
Perché è vero: la vita, per reggersi, ha bisogno di fondamenti stabili.
Nessuno vuole vivere sulla sabbia. Ma il cristianesimo ci ha abituati a un tipo particolare di certezze, certezze che potremmo definire porose. Non nel senso che si sgretolano, ma nel senso che si lasciano attraversare da altre domande, da altri punti di vista, da altre vite. E invece di crollare, le trattengono dentro la pietra, le fanno diventare parte di quel fondamento. Se non fosse stato così, il cristianesimo non sarebbe mai arrivato fino agli estremi confini della terra. Mi viene in mente che tra la Corea del Nord e la Corea del Sud esiste una zona demilitarizzata, la DMZ. E dentro quella zona c’è un’area destinata all’incontro, un terreno considerato neutrale: la JSA di Panmunjom. Mi piace immaginare la vita spirituale esattamente come quel territorio. Una zona cuscinetto, disarmata, dove non si consumano conflitti ma dove ci si incontra e forse anche ci si scontra, però senza spargimento di sangue. Un luogo dove si depongono le armi non perché si è sempre d’accordo, ma perché si vuole ancora parlare. Sempre nel tentativo di fissare lo sguardo su ciò che conta e rendere visibile una traccia dell’essenziale.
Oggi, per esempio, i cristiani che hanno partecipato alla liturgia domenicale si sono sentiti provocati da una strana parabola raccontata da Gesù nel Vangelo di Matteo (Mt 13,24-43). Un uomo pieno di buone intenzioni coltiva un campo e vi semina del seme buono.
Di notte arriva un nemico e semina zizzania, seme cattivo, capace di rovinare completamente la qualità di quel raccolto e la bellezza di quel terreno. I servi se ne accorgono e si sentono subito fomentati da quell’ingiustizia. Pieni di zelo, chiedono il permesso di intervenire, di usare tutte le loro forze per andare a estirpare l’erbaccia. È la reazione più naturale del mondo. È la nostra reazione. Ma il padrone dà un comando diverso. Dice che chi si mette a sradicare l’erbaccia finisce, quasi sempre, per sradicare anche il grano: «Lasciate che l’una e l’altro crescano insieme fino alla mietitura e al momento della mietitura dirò ai mietitori: Raccogliete prima la zizzania e legatela in fasci per bruciarla; il grano invece riponetelo nel mio granaio» (Mt 13,30). La lezione è immensa. Il Vangelo ci sta suggerendo che questa vita è sempre una mescolanza di luce e di tenebra, di seme buono e di seme cattivo. E che è una pretesa ideologica, non una speranza lungimirante, immaginare un paradiso su questa terra dove tutto sia chiaro e distinto. Bisogna fare pace con questa contraddizione. Bisogna avere pazienza. Bisogna accettare che solo alla fine le cose si possano separare, e che quella separazione non è affare nostro. È questa pazienza a mancare al nostro mondo. Desideriamo tutti l’eliminazione di ciò che, secondo il nostro punto di vista, non è conforme alla nostra idea di bontà, di verità, di giustizia. E lo facciamo sempre in nome del bene. Nessuno strappa mai l’erbaccia per cattiveria: la strappa perché è convinto di avere ragione. Ma quante volte, mentre eravamo intenti a togliere il male dal mondo, abbiamo sradicato anche il grano di qualcuno?
Quante volte, nel nome di una purezza, abbiamo fatto terra bruciata attorno a noi? L’unica cosa che possiamo fare è tenere gli occhi aperti e armarci di una grande pazienza, ricordando che dentro questa complicanza il compito non è estirpare, ma espandere. Fare crescere il seme buono quanto più possibile, ovunque possiamo.
Accettando con umiltà che, a partire dal nostro cuore e fino alle lotte politiche, fino ai dissidi delle guerre, non ci sarà mai un giorno in cui potremo dire di aver risolto questo conflitto, di aver sradicato tutto il male del mondo.
Non ci sarà quel giorno. E forse è proprio questa la notizia più liberante: non tocca a noi salvare il mondo.Tocca a noi seminare bene, e avere la pazienza di aspettare scegliendo di non farci imbruttire dalle contraddizioni del mondo.
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