"Sono un cattolico, anche se non molto praticante. Ho seguito con commozione la visita di Papa Leone XIV a Lampedusa del 4 luglio. Da anni le immagini di tanti uomini, donne e bambini morti nel Mediterraneo mi turbano profondamente e continuano a interrogare la mia coscienza. Di fronte a una tragedia così grande mi sento impotente e mi chiedo: che cosa posso fare anch'io? Che cosa possiamo fare, concretamente, per non restare semplici spettatori?».
La domanda del nostro lettore tocca un nervo scoperto. Davanti a tragedie come quelle consumatesi nel Mediterraneo è facile indignarsi e scoraggiarsi di fronte alla sensazione di impotenza. Eppure, Papa Leone XIV, con la sua recente visita a Lampedusa, ci ha offerto una risposta e ci ha indicato una strada.
Lo ha fatto, innanzitutto, con una scelta sorprendente. Non è andato sull'isola per aggiungere altre parole alle tante che, in questi anni, hanno accompagnato il dramma delle migrazioni. Lo ha detto lui stesso all'inizio della celebrazione: «Non sono venuto per fare discorsi, ma a celebrare l'Eucaristia, segno supremo della presenza di Cristo in mezzo a noi».
Prima ancora delle parole hanno parlato i gesti: la preghiera davanti alle tombe dei migranti, il silenzio alla Porta d'Europa, l'incontro con le persone, l'incoraggiamento alla popolazione e alla comunità ecclesiale, la celebrazione dell'Eucaristia. Un linguaggio autentico, quello della compassione, capace di raggiungere il cuore.
Nell'omelia il Papa ha poi offerto la chiave per comprendere il significato di quei gesti. Richiamando la parabola del buon Samaritano, ha affermato che «prima di qualunque considerazione intellettuale e convinzione ideologica, l'impatto con chi giace davanti a noi, spogliato di tutto, chiama alla prossimità».
Sono parole che non riguardano soltanto Lampedusa. Sono rivolte a ciascuno di noi, di fronte a ogni forma di povertà e di bisogno. Gesù, nella parabola, non domanda chi abbia ragione, né invita a discutere sulle cause della sofferenza. Pone una domanda molto più personale: chi si è fatto prossimo? È una domanda che sposta l'attenzione dai problemi alle persone, dalle opinioni alle responsabilità.
Papa Leone XIV lo ha espresso con una formula tanto semplice quanto incisiva: «Prossimi ci si fa, prossimo si diventa». La prossimità non è un sentimento spontaneo, ma una decisione. Per questo ha voluto ringraziare gli abitanti di Lampedusa, i volontari, la Guardia Costiera, le forze dell'ordine, i medici, i sacerdoti, le religiose e tutti coloro che, credenti e non credenti, hanno scelto di non voltarsi dall'altra parte. Di loro ha detto una frase bellissima: «Tra voi è l'amore a essersi organizzato». L'amore, cioè, non è rimasto un'emozione, ma si è tradotto in servizio, accoglienza e responsabilità.
Che cosa possiamo fare, allora? Forse non riusciremo a risolvere i grandi drammi del nostro tempo. Ma possiamo scegliere di non lasciare che il nostro cuore si abitui all'indifferenza e alla rassegnazione. Possiamo fermarci accanto a chi soffre, accogliere chi è povero, ascoltare chi è solo, visitare un malato, sostenere chi è in difficoltà, dedicare tempo a chi è dimenticato. È così che si diventa prossimi.
Papa Leone XIV continua a interpellare la coscienza di tutti: «L'amore è sempre nella libertà e la libertà sta nelle decisioni. C'è anche chi sceglie di non farsi prossimo e chi decide di non decidere». Ecco il messaggio che Leone XIV ha consegnato non solo a Lampedusa, ma a ciascuno di noi.
Il mondo diventa più umano non quando aumentano i discorsi e le parole, ma quando cresce il numero di uomini e donne che scelgono di farsi prossimi. È così che il Vangelo continua a cambiare la storia: una decisione, un gesto di amore, un cuore alla volta.