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Attualità

Basta dire “lager” e le righe cambiano significato: il caso Zara e l’isteria della percezione

Zara ritira un costume di Halloween dopo le accuse sui social per la somiglianza con le uniformi dei lager. Ma l’abito richiama anche un vasto immaginario gotico e cinematografico: da Tim Burton ai classici costumi da galeotto

Clothing

Sul serio crediamo che Zara non avesse pensato ai bambini dei lager? Ci vuole davvero una bella fantasia e al contempo una mancanza di fantasia. Cosa è successo: Zara ha ritirato dalla vendita un costume di Halloween per bambini perché, dopo le proteste sui social, è stato associato alle uniformi dei prigionieri dei lager nazisti. Meccanismo interessante anche dal punto di vista percettivo: si chiama priming, e può produrre quello che in psicologia viene definito “perceptual set”, un assetto percettivo per cui, una volta che qualcuno ti suggerisce che cosa vedere, il cervello tende a organizzare l’immagine proprio in quel modo e a trovare conferme di quella lettura. In pratica, se ti dicono “lager”, da quel momento vedi il lager e diventa quasi impossibile non vederlo più.

Tuttavia prima che qualcuno pronunci quella parola e diventi virale quel lager cerebrale di lettura, in quell’abito dentro c’è mezzo immaginario di Halloween, e moltissimo immaginario di Tim Burton: Beetlejuice (il demone a righe bianche e nere interpretato da Michael Keaton nel film di Burton), Jack Skellington (il protagonista scheletrico di Nightmare Before Christmas, ideato da Burton), lo stesso Nightmare Before Christmas (tutto costruito su un’estetica gotica, funebre, teatrale e insieme infantile), un galeotto da film horror (la classica uniforme carceraria a righe diventata da decenni costume da maschera), un becchino vittoriano (nero, righe, fiocchi, aria da morto appena uscito dal XIX secolo), un maggiordomo degli Addams (altro repertorio gotico-funerario che Burton ha poi frequentato direttamente con Wednesday), un clown gotico (quello da circo sinistro, più da casa degli orrori che da tendone per bambini), un Pierrot funebre (la maschera pallida, malinconica e mortuaria del teatro e del carnevale), un illusionista da circo ottocentesco (redingote, fiocco, righe e aria da spettacolo macabro), un direttore di freak show (il presentatore dei vecchi spettacoli di fenomeni da baraccone, altro immaginario amatissimo dal gotico

cinematografico), un fantasma in pigiama a righe (praticamente un cliché di Halloween), un morto elegante appena uscito dalla bara (sempre territorio Burton, tra La sposa cadavere e tutto il suo catalogo di defunti molto più vivi dei vivi), un arlecchino macabro (la maschera teatrale trasformata in figura sinistra), uno spaventapasseri da luna park (altro classico dell’orrore popolare, tra circo, Halloween e parco dei divertimenti abbandonato) e potrei continuare non all’infinito ma quasi.

Inutilmente, siccome appena passa un’interpretazione forte, soprattutto se moralmente scandalosa, tutte le altre vengono cancellate retroattivamente. Da Zara nessuno ha pensato a un lager (e secondo me non avrebbe dovuto ritirarlo, dando l’idea di un’ammissione di colpa, ah cosa ti fanno i social!) perché nel repertorio visivo di Halloween quelle righe fanno parte di un immaginario halloweneeniano il più comune (poi mai visto un bambino in un lager con il papillon). Se ci mettevano anche dei teschi (anch’essi hallowenianissimi), cosa avrebbero detto? Boh, questo punto sequestriamo direttamente Tim Burton, così almeno siamo sicuri di non urtare nessuna associazione visiva che ha convinto perfino Zara.

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