Niente più tagliatelle. Niente più vitello tonnato. Diego Rossi guida la rivolta degli chef contro gli «instagrammer» del cibo. Sta suscitando un’onda lunga di polemiche e riflessioni la decisione del frontman di Trippa, l’insegna milanese che ha riscritto il codice delle trattorie di nuova generazione, di togliere dal menu due suoi piatti iconici perché stanco di clienti che vanno nel suo locale in Porta Romana solo per fotografare quelli. E il mondo gastronomico (e non solo) si spacca: visionario o arrogante?
L’annuncio è arrivato qualche giorno fa con un post proprio su Instagram. Da settembre e a tempo indeterminato niente più Vitello tonnato e Tagliatelle al burro e parmigiano, i due piatti per cui l’insegna è famosa. Il motivo? «Per dare spazio a nuovi piatti», si legge nel laconico post. Negli stessi giorni però lo chef veronese ha avuto occasione di spiegare meglio il suo pensiero nel podcast «Bazar Atomico» di Davide Francesco Sada: «Basta Instagram, basta condizionamento, viviamo la vita con la nostra testolina, non con quella degli altri».
Nel podcast Rossi ha raccontato l’episodio decisivo. Due ragazze prenotano e si mettono a tavola durante il secondo turno, «e a quell’ora può essere finito qualcosa», ma un cameriere si accorge che le giovani clienti sono insoddisfatte e lo segnala allo chef. «Ero in vena quella sera, sono uscito, sono andato da loro. Faccio loro, come va? E loro: sa chef, eravamo venute per le tagliatelle, però non ci sono e siamo rimaste un po’ deluse». A quel punto chef Rossi prende di petto la situazione e fa la ramanzina alle due clienti: «Smettete di guardare su Instagram le stories, così non vi rovinate la serata, se voi non aveste visto le tagliatelle su Instagram vi sareste godute il viaggio in maniera curiosa, facendovi stupire da quello che avreste trovato». Da qui la decisione di sbianchettare dal menu i due piatti della discordia.
In realtà tanti chef soffrono la «dittatura» dei piatti simbolo come una condanna che limita la loro creatività. Ma dire che il re è nudo non è mai facile. I siti specializzati si interrogano, i social si scatenano. Angela Frenda, direttrice di Cook, inserto gastronomico del Corriere della Sera parla di «tirannia narcisistica degli chef sui clienti». Luciano Pignataro, giornalista gastronomico, accusa chi critica Rossi di «nuovo populismo gastronomico» e ricorda che «il successo come diceva Veronelli, omologa e banalizza». Valentina Dirindin su Dissapore sta nel mezzo: «In fondo un filo di snobismo, quando si hanno gli argomenti, ce lo si può anche permettere». Il gastronomo Massimo Bernardi cambia prospettiva: «Il vero protagonista di questa polemica è il successo. Quando un ristorante arriva al livello di Trippa (...) non deve più convincere le persone a entrare. Deve decidere come farle entrare. E, qualche volta, chi lasciare fuori». Perfino Guia Soncini, pur ammettendo di non sapere chi sia Diego Rossi (problema suo) decide di intervenire a gamba tesa su Linkiesta con un illuminato e autoreferenzialissimo commento riassunto nel titolo: «La ristorazione ha rotto il cazzo, ma mai quanto i podcast». Ma non si parlava di tagliatelle e Instagram?
